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Tutti abbiamo il nostro negativo, delle zone d'ombra, o visioni speculari e parliamo d'amore, là, dove io muoio.


Wednesday, November 5, 2008

Philip Roth, Lamento di Portnoy, monologo erotico

Alex Portnoy ha trentatrè anni ed è commissario aggiunto della Commissione per lo sviluppo delle risorse umane del Comune di New York.
Il libro "Lamento di Portnoy"
' (Portnoy's Complaint ) riporta il monologo di Alex che, dall'analista ripercorre la sua vita per capire perché è travolto dai desideri che ripugnano alla "mia coscienza e da una coscienza che ripugna ai miei desideri".
Philip Roth, il frammento da "Lamento di Portnoy":


Männlicher Akt-Schiele
...Poi arrivò l'adolescenza. Trascorrevo metà della mia vita da sveglio chiuso a chiave nel bagno, spremendomi il pisello nella tazza del gabinetto o nei panni sporchi del portabian­cheria, o s-ciàcc, contro lo specchio dell'armadietto dei medici­nali, di fronte al quale stavo ritto con le brache calate per vedere com'era quando schizzava fuori. Oppure mi piegavo in due so­pra il pugno in azione, con gli occhi chiusi e la bocca ben spa­lancata, per ricevere quella salsa appiccicosa di panna e Cif Am­moniacal sulla lingua e i denti; sebbene non di rado, nella mia cieca estasi, me la beccassi tutta sui riccioli, come un'esplosione di Tricofilina. Attraverso un mondo di fazzoletti sgualciti e klee­nex appallottolati e pigiama macchiati, agitavo il mio pene turgi­do e infiammato, nell'eterno terrore che la mia schifosità venisse scoperta e qualcuno mi piombasse addosso proprio nell'istante frenetico in cui deponevo il mio carico. Nonostante ciò, ero del tutto incapace di tenermi le zampe lontane dal batacchio, una volta che cominciava a salirmi su per la pancia. Nel bel mezzo di una lezione alzavo la mano per chiedere il permesso, mi precipi­tavo ai gabinetti e con dieci o quindici botte selvagge mi mastur­bavo in piedi davanti a un orinale. Allo spettacolo del sabato po­meriggio, lasciavo i miei amici per andare al distributore di ca­ramelle, poi mi appartavo in un angolo vuoto del cinema e schizzavo il mio seme nell'incarto vuoto di una tavoletta di Mounds. Durante una gita del nostro gruppetto familiare estras­si il torsolo di una mela, notai stupito (e sull'onda della mia os­sessione) a cosa somigliava, e corsi nella boscaglia per stender­mi sull'orifizio del frutto, fantasticando che quel forame fresco e farinoso si trovasse in realtà ubicato tra le cosce della mitica en­tità che mi chiamava sempre Maschione, quando pietiva qualco­sa che nessuna ragazza nell'arco della storia aveva mai ricevuto. «Ah, Maschione, ficcamelo dentro» rantolava la mela cavata che mi sbattei come uno scemo durante quel picnic. «Maschione, Maschione, sì, dammelo tutto» implorava la bottiglia vuota del latte che tenevo nascosta in un ripostiglio del seminterrato, da infilare vigorosamente dopo la scuola con il mio pinnacolo inva­selinato. «Vieni, Maschione, vieni» gridava impazzita la bistecca di fegato che, nella mia insania, avevo comprato un pomeriggio dal macellaio e, ci creda o no, violentato dietro un cartellone mentre andavo a lezione per il bar mitzvah.Fu al termine del primo anno del liceo - nonché primo anno di masturbazione - che mi scoprii sulla parte inferiore del pene, proprio dove il canale incontra la testa, una macchiolina scolorita successivamente diagnosticata come efelide. Cancro. Mi ero provocato il cancro. Tutto quel tirarmi e strapazzarmi la carne, tutto quello sfregamento, mi aveva procurato un male incurabi­le. E non ero ancora quattordicenne! Di notte, a letto, le lacrime mi rigavano le guance. «No!» singhiozzavo. «Non voglio morire! Per carità... no!». Ma poi, visto che comunque sarei diventato un cadavere entro breve tempo, proseguii secondo abitudine e con­tinuai a tirarmi le seghe dentro un calzino. Avevo cominciato a portarmi a letto le calze sporche, in modo da usarne una come ricettacolo serale e l'altra al momento del risveglio.
Se soltanto fossi riuscito a contenere i rasponi a uno al giorno, o stabilizzarmi sui due, massimo tre! Ma con la prospettiva dell'oblivione in agguato, cominciai ad accumulare nuovi prima­ti personali. Prima dei pasti. Dopo i pasti. Durante i pasti. A cena balzo in piedi afferrandomi tragicamente la pancia: diarrea! ur­lo, ho un attacco di diarrea!, e appena chiusa a chiave la porta del bagno, mi infilo sulla testa un paio di mutande sottratte al guardaroba di mia sorella e tenute in tasca arrotolate in un faz­zoletto. Leffetto delle mutandine di cotone sulla mia bocca è co­sì galvanizzante - la parola «mutandine» è così galvanizzante che la traiettoria della mia eiaculazione raggiunge nuove, sensa­zionali altezze: decollando dalla fava come un missile prende la rotta per la lampadina soprastante dove, con mio orripilato stu­pore, si spiaccica spenzolante. Sulle prime mi copro disperata­mente il capo aspettandomi una pioggia di vetri, un'esplosione di fiamme (il disastro, vede, non è mai lontano dai miei pensie­ri). Poi, con la massima calma possibile, monto sul calorifero per rimuovere quel coagulo sfrigolante con una pallottola di car­ta igienica. Avvio una scrupolosa ispezione alle tende della doc­cia, alla vasca da bagno, al pavimento piastrellato, ai quattro spazzolini - Dio ci scampi! - e proprio quando sto per aprire la porta convinto di avere coperto le mie tracce, il cuore mi balza in gola alla vista dello scaracchio che mi imbratta la punta della scarpa. Sono il Raskolnikov delle pugnette: la collosa evidenza è ovunque! Ce l'ho anche sui polsini? nei capelli? nelle orecchie? Mi chiedo tutto ciò mentre torno al tavolo di cucina, borbottan­do con aria di dignità offesa quando mio padre apre la bocca piena di marmellata rossa per dire: «Non capisco perché ti chiu­di a chiave. Va al di là della mia comprensione. Che è questa, una casa o la Stazione Centrale?». «... privacy... un essere uma­no... qui dentro mai» ribatto, poi spingo da parte il mio dessert e strillo: «Non mi sento bene... mi lascereste in pace, tutti quanti?».Dopo il dessert - lo finisco perché succede che mi piaccia an­che se detesto loro - dopo il dessert torno di nuovo in bagno. Frugo nei panni sporchi della settimana finché trovo uno dei reggiseni di mia sorella. Lego una spallina alla maniglia della porta, l'altra a quella dell'armadietto degli asciugamani: uno spaventapasseri per coltivare nuovi sogni. «Oh, ménatelo, Ma­schione, fattelo rosso...», così vengo incalzato dalle coppette del reggiseno di Hannah, quando un giornale arrotolato picchia sul­la porta. Io e il contenuto della mia mano facciamo un balzo sull'asse del gabinetto. «Dài, lascia sedere anche qualcun altro su quella tazza» dice mio padre. «È una settimana che ho !'intesti­no bloccato».Recupero il sangue freddo, esercizio in cui sono impagabile, con uno scoppio di indignazione. «Ho una diarrea spaventosa! Non ha nessun significato in questa casa?»... riprendendo con­temporaneamente a menarmelo, anzi accelerando il ritmo men­tre il mio organo canceroso ricomincia miracolosamente a ri­mettere fuori la testa.Poi il reggiseno di Hannah inizia a muoversi. A ondeggiare qua e là! Mi copro gli occhi, e toh! Lenore Lapidus! che ha le tet­te più grosse della classe; quando corre all'autobus dopo la scuo­la, il suo grande intangibile carico ondeggia pesante all'interno della camicia, oh le faccio sgusciare dalle coppe ed ecco le au­tentiche poppe di Lenore Lapidus, e nella medesima frazione di secondo realizzo che mia madre sta scuotendo vigorosamente la maniglia. E dài e dài mi sono finalmente dimenticato di chiu­derla a chiave! Sapevo che un giorno sarebbe successo! Beccato! come dire morto!...


VERSIONE ORIGINALE INGLESE

..Then came adolescence-half my waking life spent locked behind the bathroom door, firing my wad down the toilet bowl, or into the soiled clothes in the laundry hamper, or splat, up against the medicine-chest mirror, before which I stood in my dropped drawers so I could see how it looked coming out. Or else I was doubled over my flying fist, eyes pressed closed but mouth wide open, to take that sticky sauce of buttermilk and Clorox on my own tongue and teeth-though not infrequently, in my blindness and ecstasy, I got it all in the pompadour, like a blast of Wildroot Cream Oil. Through a world of matted handkerchiefs and crumpled Kleenex and stained pajamas, I moved my raw and swollen penis, perpetually in dread that my loathsomeness would be discovered by someone stealing upon me just as I was in the frenzy of dropping my load. Nevertheless, I was wholly incapable of keeping my paws from my dong once it started the climb up my belly. In the middle of a class I would raise a hand to be excused, rush down the corridor to the lavatory, and with ten or fifteen savage strokes, beat off standing up into a urinal. At the Saturday afternoon movie I would leave my friends to go off to the candy machine-and wind up in a distant balcony seat, squirting my seed into the empty wrapper from a Mounds bar. On an outing of our family association, I once cored an apple, saw to my astonishment (and with the aid of my obsession) what it looked like, and ran off into the woods to fall upon the orifice of the fruit, pretending that the cool and mealy hole was actually between the legs of that mythical being who always called me Big Boy when she pleaded for what no girl in all recorded history had ever had. "Oh shove it in me, Big Boy," cried the cored apple that I banged silly on that picnic. "Big Boy, Big Boy, oh give me all you've got," begged the empty milk bottle that I kept hidden in our storage bin in the basement, to drive wild after school with my vaselined upright. "Come, Big Boy, come," screamed the maddened piece of liver that, in my own insanity, I bought one afternoon at a butcher shop and, believe it or not, violated behind a billboard on the way to a bar mitzvah lesson. It was at the end of my freshman year of high school-and freshman year of masturbating-that I discovered on the underside of my penis, just where the shaft meets the head, a little discolored dot that has since been diagnosed as a freckle. Cancer. I had given myself cancer. All that pulling and tugging at my own flesh, all that friction, had given me an incurable disease. And not yet fourteen! In bed at night the tears rolled from my eyes. "No!" I sobbed. "I don't want to die! Please-no!" But then, because I would very shortly be a corpse anyway, I went ahead as usual and jerked off into my sock. I had taken to carrying the dirty socks into bed with me at night so as to be able to use one as a receptacle upon retiring, and the other upon awakening. If only I could cut down to one hand-job a day, or hold the line at two, or even three! But with the prospect of oblivion before me, I actually began to set new records for myself. Before meals. After meals. During meals. Jumping up from the dinner table, I tragically clutch at my belly-diarrhea! I cry, I have been stricken with diarrhea!– and once behind the locked bathroom door, slip over my head a pair of underpants that I have stolen from my sister's dresser and carry rolled in a handkerchief in my pocket. So galvanic is the effect of cotton panties against my mouth– so galvanic is the word "panties"– that the trajectory of my ejaculation reaches startling new heights: leaving my joint like a rocket it makes right for the light bulb overhead, where to my wonderment and horror, it hits and it hangs. Wildly in the first moment I cover my head, expecting an explosion of glass, a burst of flames– disaster, you see, is never far from my mind. Then quietly as I can I climb the radiator and remove the sizzling gob with a wad of toilet paper. I begin a scrupulous search of the shower curtain, the tub, the tile floor, the four tooth-brushes– God forbid!– and just as I am about to unlock the door, imagining I have covered my tracks, my heart lurches at the sight of what is hanging like snot to the toe of my shoe. I am the Raskolnikov of jerking off– the sticky evidence is everywhere! Is it on my cuffs too? in my hair? my ear? All this I wonder even as I come back to the kitchen table, scowling and cranky, to grumble self-righteously at my father when he opens his mouth full of red jello and says, "I don't understand what you have to lock the door about. That to me is beyond comprehension. What is this, a home or a Grand Central station?" . . . privacy . . . a human being . . . around here never," I reply, then push aside my dessert to scream, "I don't feel well- will everybody leave me alone?"
After dessert-which I finish because I happen to like jello, even if I detest them-after dessert I am back in the bathroom again. I burrow through the week's laundry until I uncover one of my sister's soiled brassieres. I string one shoulder strap over the knob of the bathroom door and the other on the knob of the linen closet: a scarecrow to bring on more dreams. "Oh beat it, Big Boy, beat it to a red-hot pulp– " so I am being urged by the little cups of Hannah's brassiere, when a rolled-up newspaper smacks at the door. And sends me and my handful an inch off the toilet seat. "– Come on, give somebody else a crack at that bowl, will you?" my father says. "I haven't moved my bowels in a week."
I recover my equilibrium, as is my talent, with a burst of hurt feelings. "I have a terrible case of diarrhea! Doesn't that mean anything to anyone in this house?"– in the meantime resuming the stroke, indeed quickening the tempo as my cancerous organ miraculously begins to quiver again from the inside out. Then Hannah's brassiere begins to move. To swing to and fro! I veil my eyes, and behold!– Lenore Lapidus! who has the biggest pair in my class, running for the bus after school, her great untouchable load shifting weightily inside her blouse, oh I urge them up from their cups, and over, LENORE LAPIDUS'S ACTUAL TITS, and realize in the same split second that my mother is vigorously shaking the doorknob. Of the door I have finally forgotten to lock! I knew it would happen one day! Caught! As good as dead!....

1 comment:

Anonymous said...

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