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Tutti abbiamo il nostro negativo, delle zone d'ombra, o visioni speculari e parliamo d'amore, là, dove io muoio.


Monday, January 12, 2009

Alberto Moravia commenta Pietro Aretino

Adesso leggiamo l'Aretino secondo le cose che «non ha voluto dire» e che, inconsapevolmente, ha detto. Leggendolo in questo modo, bisogna senz'altro riconoscere che l'Aretino è uno scrittore molto complicato. Perfetto figlio del secolo, non sa di esserlo; e perciò va letto tra le righe, con l'animo dello storico, del sociologo, dello psicologo. Insomma, l'Aretino è nudo, ma crede di essere vestito; è un sonnambulo che passeggia a occhi chiusi sui tetti senza mai cadere e crede invece di essere sveglio. Si veda per esempio la soluzione assolutamente corretta che dà al problema di come trattare il problema del sesso. L'Aretino fa del sesso un oggetto di riso, secondo la grande tradizione romana e greca. Qui la letteratura, in mancanza di istinto creativo, gli fa in­filare la strada giusta. Il sesso è un mistero venerabile, supremo. La sola ma­niera di rispettare questo mistero è riderne. A riprova, i pornografi, che non lo rispettano, lo prendono sul serio, lo psicologizzano, lo drammatizzano. In­vece di tenerlo a distanza col riso, come fa l'Aretino, lo avvicinano col senti­mento il quale, appunto perché si tratta di sesso, non può non essere lussurioso. Ma l'Aretino tutto questo non lo sa. Ha voluto soltanto vincere la scommessa di
fare della buona letteratura con l' argomento sessuale. Così, senza volerlo, ci ha fornito un documento e, forse, qualche cosa di più di un documento, di quello che oggi potremmo chiamare la «permissività» del Rinascimento italiano.
Lo stesso va detto della satira del costume. Indubbiamente il quadro della società italiana dell'epoca dipinta dall' Aretino è catastrofico. L'Aretino sa­rebbe, dunque, come alcuni pretendono, un flagellatore della corruzione ri­nascimentale, un giudice moralistico della decadenza italiana? Probabil­mente non è né l'una né l'altra cosa. Robustamente, sfacciatamente inco­sciente, l'Aretino, in realtà, partecipa troppo di quella corruzione e di quella decadenza per oggettivarla al modo severo e consapevole di un satirico e di un moralista. Addirittura, viene il sospetto che l'indizio più importante che la società e /' Italia descritte dall' Aretino fossero davvero corrotte e in deca­denza è l'angosciosa anche se non angosciata baldanza con la quale lo scrittore affronta questi suoi foschi temi. Se non fosse arbitrario adoperare per il passato le formule che servono nel presente, si potrebbe parlare a que­sto punto di una alienazione, di una nevrosi dell'Aretino.
Ma l' Aretino è pur sempre un narratore straordinario, che nel Cinquecen­to è superato solo dal Cellini. Il suo realismo è del genere picaresco; gli aneddoti vivacissimi inseriti nei Ragionamenti illustrano tutti una visione della vita ispirata alla necessità, come appunto nei romanzi spagnoli che hanno per eroe il picaro. Il cibo, la roba, il denaro, i panni, insomma, la so­pravvivenza, vi hanno la massima importanza. Qui secondo noi bisogna cer­care la verità dell'Aretino. Ci sono stati due Rinascimenti, l'uno fastoso e si­gnorile, l'altro sordido e plebeo. L'Aretino ha fornito una testimonianza sconcertante e inconfutabile sul secondo. È vero, è stato un testimone inca­pace di giudicare, anzi sovente partecipe e complice; ma con uno sguardo eccezionalmente limpido, minuzioso ed esatto, anche se inerte.
ALBERTO MORAVIA

1 comment:

linda said...

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Joyce

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