hanna artehanna bionda foto bianco-nero

Tutti abbiamo il nostro negativo, delle zone d'ombra, o visioni speculari e parliamo d'amore, là, dove io muoio.


Saturday, November 21, 2009

Fratelli d'Italia, testo del libro

PREFAZIONE
Gli Inglesi, oltre che fondatori del football, sono anche maestri nella storia contro-fattuale, la ricostruzione alternativa di avvenimenti celebri del passato. Quella, per intenderci, fatta con i ‘se’: se Hitler fosse stato ucciso nel ’44 e la guerra fosse finita in anticipo, se avesse vinto la Monarchia anziché la Repubblica.... Il senso profondo di questo tipo di ricostruzioni è che nessun avvenimento umano è da considerars inevitabile. Anziché nel passato, la narrazione dell’autore - anonimo per necessità di sopravvivenza - si dipana in un futuro molto prossimo, quando due vecchi amici si ritrovano nel 2013 allo stadio di Wembley per vedere Italia-Inghilterra, e insieme rivivono gli episodi e le ragioni profonde di clamorosi avvenimenti politici verificatisi nel nostro Paese. Lo scopo della trama narrativa - fantastica,ma animata da persone e analisi reali - non è prevedere ciò che accadrà nell’Italia politica,ma far emergere la verità e la profondità delle radici in cui si annidano gli eventi drammatici immaginati.
Radici che molto spesso sfuggono alla vista della comunità politico-mediatica, imprigionata in una dittatura del presente che fa evaporare lo scorrere del reale e ci avvolge in una spirale di cecità.
L’auspicio implicito nel nostro invito alla lettura
è che nella futura storia italiana, il trauma narrato
nelle prossime pagine possa rimanere confinato
nei ‘se’. Vorrebbe dire che la ‘Katastrophe’
è stato evitata, e che si è riusciti ad elevare lo
sguardo e il pensiero oltre il recinto del nostro
giardino.
Se così fosse, lo sforzo di produrre questo racconto
sarebbe compensato dalla stessa emozione ricavata
vedendo su YouTube il famoso spot contrafattuale
della finale mondiale del ‘94, per7
sa dagli azzurri ai rigori nel ’94.Quello spot in
cui Roby Baggio - anziché stampare il pallone
sulla traversa - gonfia la porta del Brasile, generando
un abbraccio planetario tra tutti i Fratelli
d’Italia.
Davide Corritore e Paola Domenichini



STORIA D’ITALIA
Vi siete mai chiesti perché l’Italia non ha avuta, in
tutta la sua storia – da Roma ad oggi – una sola vera
rivoluzione? La risposta chiave che apre molte
porte è forse la storia d’Italia in poche righe.
Gli italiani non sono parricidi, sono fratricidi. Romolo
e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Badoglio e
Graziani…. “Combatteremo”, fece stampare quest’ultimo
in un suo manifesto “fratelli contro fratelli”
(Favorito, non determinato, dalle circostanze, fu un
grido del cuore, il grido di uno che – diventato chiaro
a sé stesso – finalmente si sfoghi).Gli italiani sono
l’unico popolo (credo) che abbiano, alla base della
loro storia (o della loro leggenda) un fratricidio. Ed
è solo col parricidio (uccisione del vecchio) che si
inizia una rivoluzione.Gli italiani vogliono darsi al
padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere
i fratelli.
Umberto Saba, Scorciatoie e Raccontini,
1944-1946

1.WEMBLEY 2013
Aparte l’alto arco di acciaio, e il cemento che
sostituiva il legno delle gradinate, tutto appariva
uguale aWembley. L’erba perfetta, le casacche
bianche che si riversavano a folate nella
metà campo avversaria, quelle azzurre che
coprivano chirurgicamente ogni spazio difensivo,
il cielo nero.
Alla fine anche il risultato fu lo stesso, con gli
azzurri in goal negli ultimi minuti e gli inglesi
che lasciavano il campo a testa bassa sotto una
pioggia incessante. Proprio come nel 1973, con
goal di Capello in zona Cesarini, lo stesso
modo cinico di interpretare la partita fra i cori
incessanti dei tifosi inglesi. Tutto uguale, salvo
per lo straniamento che si impadronì di me
appena presi a salire i gradini della tribuna centrale
e vidi le macchie di tifosi italiani con le 14
magliette azzurre, il tricolore dipinto sul volto,
le bandiere. Ora era finita, ementre ci affrettavamo
verso la stazione del metrò mi accorsi
dell’impronta di incredulità sul viso di
George, come se avesse visto qualcosa di cui
non riusciva a capacitarsi.
“Non ti preoccupare - scherzai - era solo un
match amichevole.Nelle gare che contano sappiamo
fare anche di peggio”.
Non è alla partita che stavo pensando. E’ ai tifosi,
alla loro compattezza, alle bandiere, all’entusiasmo
quando Cassano l’ha messa dentro.
Se pensi a quanto è successo, è incredibile.
La gente, il pubblico voglio dire. Non capisco.
C’è qualcosa che mi sfugge. Come possono…..?
“Dopo quello che è accaduto, intendi?”
Sì, in fondo è passato pochissimo tempo. E
oggi tutto sembrava come prima, tutti si comportavano
come se appartenessero ad un unico
Paese…
Lo conoscevo da quando avevamo entrambi
vent’anni, ed io ero arrivato a Londra per imparare
l’inglese.Mi aveva aiutato a trovare lavoro come cameriere in un bar dell’East End, e il 12 marzo del 1973, grazie a un biglietto omaggio che mi consegnò con un sorriso timido,
mi trovavo fra ‘i ventimila colleghi’ -
come scrisse elegantemente il Times evocando
i tanti camerieri che comeme affollavano
il tempio del calcio. Con quei colleghi, trascinato
da un impulso irresistibile, mi precipitai
lungo le gradinate quando fu segnato il
goal della vittoria. Fu quel giorno, e non prima,
che mi sentii compiutamente italiano.
“La terminologia,George, la terminologia: c’è
una distinzione netta fra paese e nazione.Noi
siamo stati, siamo e saremo un grande paese.
Ma probabilmente non riusciamo ad essere nazione,
anche se non è escluso che nel lungo periodo
ciò possa accadere”.
Sembrò riflettere per qualche istante. Come
tanti inglesi innamorato dell’Italia, da sempre
ne seguiva con intelligente zelo le vicende politiche,
e il nostro rapporto era continuato negli
anni, tra rari scambi di visite e una fitta corrispondenza
che la sua pressante curiosità rendeva talvolta implacabile.
Questa è una classica affermazione col senno di
poi, anche se la vostra incapacità di essere nazione
era un difetto antico, e risaliva a ben prima
che le cose prendessero quella direzione traumatica.
Ciò nonostante i vostri opinionisti non
sembravano rendersene conto.
“Hai ragione, George: la gran parte degli intellettuali
e dei commentatori italiani non ha
mai smesso di incorrere nello stesso errore.Ma
mentre nel tuo caso è perfettamente comprensibile
- per voi Inglesi da lungo tempo le
due parole sono pressoché sinonimi - nel caso
dei nostri, e sto parlando di quelli in buona
fede, l’errore nasceva da un pregiudizio che aveva
tante matrici: ideologiche, di classe e di appartenenza,
di arroganza intellettuale, di
provincialità. Fu questo formidabile mix ad impedire
loro di vedere.
Ecco, ci risiamo, l’italiano che parla sempre male
dei suoi concittadini…
“No, al contrario. Questo pregiudizio era
marginale rispetto al comune ‘patriottismo del fare’ che pulsava nel cuore profondo del popolo.
Era qualcosa che potremmo chiamare ‘invidia
dello Stato’. Invidiavano agli altri, a tutti
gli altri, lo ‘Stato’. Se ne sentivano privi e lo
vagheggiavano fino a dotarlo di un potere fantasmatico.
Accadeva a tutti: a chi lo osteggiava,
a chi lo difendeva, a chi ne invocava la presenza,
a chi sognava di trasformarlo e a chi voleva distruggerlo”.
Il metrò si avvicinava alla nostra fermata,ma
George sembrava non accorgersene.Ricordavo
bene la dolente passione con cui negli anni ’70
aveva partecipato come inviato dell’Independent
ai travagli della vita italiana.
E, paradossalmente, da voi fu soloMoro, vittima
della guerra allo Stato, a coglierne tutto il
potere evocativo, tutto il potenziale minaccioso,
tutta l’ambiguità rappresentata dalla sua inesistenza
e al tempo stesso dalla sua apparente pesantezza.
Fu solo lui a comprendere il valore mitopoietico
della parola, e alla fine a liberarsene.
Purtroppo né i democristiani né i comunisti fecero
tesoro, allora, della sua ultima lezione.
“E neanche, dopo, gli intellettuali, gli editorialisti
e gli editori, che continuarono imperterriti
a evocare la ‘presenza’ dello Stato anche
quando fu chiaro a tutti ciò che stava accadendo.
E fu così anche per gli uomini politici,
i grand commis, gli economisti, gli uomini
della tv che davano vita a una comunità
ristretta ma molto influente. Un’élite con
sede e radici a Roma, perché lì possiede case,
lì frequenta i ristoranti, da lì muove per le vacanze,
lì ha le sue amicizie, lì frequenta i luoghi
di cultura, lì infine cresce professionalmente.
E da lì giudica e propone”.
Vuoi dire che neanche quelli che erano dotati di
potere e di capacità di influenzare certi processi
politici, certe dinamiche, certe scelte, di controllare
alcuni mezzi di comunicazione - neanche
il ‘partito romano’di cui mi hai parlato
tante volte - avevano capito?
Ti rispondo con un’altra domanda. Cosa faresti
tu se avessi pian piano scoperto che
l’ascolto di cui godi è crescente, che certi uomini
politici ti sono vicini, che le issues che sollevi stimolano gli interventi di esponenti di
spicco della cultura, di ceti professionali e forze
sociali? Cosa faresti se avessi verificato che
le costruzioni che porti avanti, i tuoi disegni,
le tue letture della realtà, i tuoi suggerimenti
godono di una più che discreta popolarità?
Come ti sentiresti se ti accorgessi che i malvagi
o i corrotti, o comunque coloro che secondo
te non hanno a cuore gli interessi della nazione,
ti temono e ti ostacolano? Rimarresti uguale
a te stesso, o piuttosto la tua onestà e curiosità
non lascerebbero il posto alla convinzione
di avere inmano le chiavi di lettura di questo
Paese, di possederne la narrazione profonda,
e ciò che più conta, di avere il monopolio morale
di rivolgerti ad esso, di indirizzarne il corso
e di somministrare le tue terapie?”
George entrò subito in sintonia con il velato
sarcasmo delle mie domande.
Certo, certo….Anche se, guardando a come sono
andate le cose, si trattava di un potere di indirizzo
evidentemente molto limitato. Quanto
alla parola ‘terapia’mi sembra fuori luogo, vi sta la loro dimostrata incapacità di formulare
una corretta diagnosi.Ma tu, tu invece te ne accorgesti?
“In ritardo, come molti altri, ma a un certo
punto me ne accorsi. Forse le mie origini mi
hanno aiutato a vedere un attimo prima”.
George sapeva che la vita, dopo gli anni brevi
passati a servire birra nei pub londinesi, mi
aveva assegnato un osservatorio professionale
privilegiato. E, soprattutto, conosceva le mie
origini ‘ibride’. Nella mia famiglia infatti
c’erano infatti innesti di marca sopranazionale
e io ero cresciuto in una sorta di retrobottega
vagamente cosmopolita, dove si respirava
un sincero internazionalismo e per le
passioni nazionali c’era assai poco spazio.
Intendo dire che non avendo ereditato il
dono gratuito di un’appartenenza identitaria,
io riesco forse ad apprezzarne di più il valore,
a vedere meglio quanto per stolidità ed egoismo
è andato perduto. E non ti nascondo che
quando guardo le immagini di Riva ai Mondiali
del Messico provo un brivido che né le letture dantesche di Benigni né i film di Visconti
o di Rossellini riescono a darmi. Mi
consideri troppo plebeo? Pensi che  i meccanismi
di adesione e affiliazione all’identità nazionale
debbano trovare motivazioni più nobili,
più sofisticate?”
Mi sentii toccare leggermente con il gomito.
Eravamo in prossimità della stazione di Finchley
Road e dovevamo scendere. Ora aveva
messo su un tono serio.
Questa non è soltanto una questione di identità.
E’una storia che investe quanti ci misero del
loro per sentirsi patrioti, quelli che nel ’43, nel
‘44 e nel ’45 finirono la loro vita nelle carceri
dei fascisti o dei nazisti.Adifferenza dei milioni
di Italiani che hanno lasciato alle spalle lo Stato
unitario, e delle ciniche élite che ne hanno guidato
il cammino per anni, loro sì che potrebbero
capire.Ma ho interrotto la tua risposta: stavi dicendo
di quando avevi iniziato a capire…
“Quando i sintomi della deflagrazione cominciarono
a farsi sentire io avevo maturato
sufficiente disincanto per riuscire a riconoscerli.
Tutto mi fu chiaro durante la campagna elettorale
per le elezioni regionali del 2010”.
Stavamo attraversando Camden Market. La
macchia rossa dei capelli di George si confondeva
tra i colori dei banchetti zeppi di cibo,
e io ero impegnato a non perderlo di vista.
Non faccio fatica a crederti. Pensando al disastro
dei laburisti nel 2008, dovunque sono i test
amministrativi ad annunciare i grandi cambiamenti
politici.Ma anche in quel caso fu possibile
leggere chiaramente i risultati in chiave
di futuro?
“Quello che mi aveva colpito precedeva i risultati,
riguardava il prima. Perché da subito
accadde l’inatteso: l’uomo giusto, il luogo giusto
e il momento giusto.
Un exministro, pantaloni a tubo, giacca lunga
e stretta a tre bottoni, cinturone alto da sceriffo,
scarpe a punta nere e lucidissime.
La regione Veneto, una regione con uno dei
più alti tassi di popolazione attiva, una piccola
media industria capace assorbire la stragrande
maggioranza della forza lavoro nel settore privato, un quota di export rilevantissima,
il numero di turisti più alto del paese, una presenza
di aziende ad alto contenuto tecnologico
inferiore solo alla Lombardia.
Una maggioranza parlamentare - sto parlando
del governo nazionale - apparentemente
solida ma divaricata territorialmente, e quindi
aggredibilissima soprattutto al suo interno.
I giornali erano come al solito concentrati sul
duello infinito fra centro-destra e centro-sinistra,
a contabilizzare quante regioni avrebbe
conquistato il primo e quante ne avrebbe
perse il secondo. Nessuno rifletteva sul fatto
che nel mezzo di una crisi economica finanziaria
globale stavano andando al voto l’EmiliaRomagna,
la Lombardia, il Piemonte, il Veneto.
Quattro regioni che da sole esprimevano
gran parte del PIL nazionale e un tasso di crescita,
nei quinquenni precedenti, tra i più alti
dell’occidente. In breve, che stava andava al
voto una delle aree più ricche di questo pianeta.
Capisci cosa voglio dire?”
Che se una delle regioni più ricche del mondo
si affida a un tizio con cinturone, pantaloni a
tubo e scarpe in punta, c’è qualcosa di nuovo che
sta per andare in onda?
“Sì, di nuovo ma anche di molto antico,
qualcosa di profondo. E, puntualmente, è
quanto accadde. Il segnale era evidente. ma
ancora più nitidi i sintomi estivi: il gigantesco
disavanzo della sanità nelle regioni del Sud,
l’uscita della LegaNord contro la permanenza
dei soldati italiani in Afghanistan, la sortita
sugli esami in ‘dialetto’ per gli insegnanti,
l’idea di affiancare al tricolore il vessillo regionale,
l’estenuante polemica con il Vaticano
sugli immigrati….”.
Insomma, il leader nazionale della Lega nelle
vesti di un pugile che le suonava senza affondare,
un po’ come il grandeAlì nei suoi anni buoni,
quando nelle prime riprese si accontentava
di pura scherma per poi schiantare l’avversario
al terzo o quarto round….
Bravo, ma i giornali si limitavano da una parte
a trattarlo come il Floyd Mayweather del
momento - lo sbruffone di successo che annuncia sempre dimettere gli avversari al tappeto
al primo round, e anche quando ce la fa
non viene preso sul serio - dall’altra a dire che
la Lega Nord era entrata in clima pre-elettorale
e chiamava a raccolta il suo popolo. Dimenticando
che il suo perimetro di influenza
- al di là dei consensi numerici - si era enormemente
allargato, diventando senso comune.
Poi la vittoria della veneta Pellegrini e della romana
Filippi ai campionati mondiali di nuoto,
il passaggio di Ibrahimovich al Barcellona,
i record surreali di Bolt, insieme al grande e
prolungatissimo caldo estivo, ci fecero scivolare
a settembre, stemperando i toni acuti
dei leghisti. Tra ottobre e novembre la bocciatura
del cosiddetto lodo Alfano – che
metteva al riparo il Premier da possibili inconvenienti
processuali – riportò nuovamente
tutta l’attenzione sul povero Presidente.
La quotidiana guerrigliamediatica tuttavia
si risucchiò tutto e con la crisi temporaneamente marginalizzata nei suoi effetti più devastanti, raggiungemmo i primi dimarzo del
2010, e Zaia entrò in piena campagna elettorale”.

2.PRIMAVERA 2010. I SINTOMI
Sam era ancora aperto e solo alcuni clienti sorseggiavano
birra al bancone. Ci sedemmo in
un angolino togliendoci i giacconi inzuppati,
e ordinammo due bitter. L’espressione di George
era assorta,mami rendevo conto che nel
filo dei suoi pensieri serpeggiava una manifesta
perplessità. Non poca roba, considerandone
il purissimo stock britannico. La sua famiglia
veniva da Windsor. Il padre, un distinto signore
di grande cultura giuridica vicino al
mondo dei Lib-Dem, nella campagna elettorale
del ’92, quella che assicurò la maggioranza
aTony Blair, era stato sostenitore di lord
PaddyAshdown, alla cui sconfitta il figlio aveva
invece assistito con piacere.
“Come sai bene, una campagna elettorale non
ha a che fare con il governo delle cose. Puoi essere uno splendido amministratore, e un sofisticato
e autorevolissimo politico, capace di
inseguire le più sottili mediazioni fra gli interessi
in campo senzamai perdere di vista gli
interessi generali, mentre la tua abilità come
candidato rimane modesta.
Al contrario, si può esseremodestissimi gestori
degli interessi collettivima, contemporaneamente,
eccezionali candidati”.
Talvolta, raramente, le due cose si combinano.
Ma sempre un buon campaigner è quello capace
di spingere l’orizzonte emotivo dei suoi elettori
più in là possibile, di farli entrare quasimagicamente
in un territorio nuovo, in uno spazio
virtuale sospeso dove anche le parole d’ordine,
gli slogan in cui potersi riconoscere, appartengono,
sì, alla realtà ma si colorano di una dimensione
quasi onirica….
“Perfetto.Ogni campagna elettorale ha radici
nelmondo realema si nutre di ben altro. E
comunque, sia per vincere che per governare
contanomolto le variabili legate al contesto.
Conquistare e guidare una regione del Nord complessa come la Liguria, dai grandi snodi
di interesse e dagli appetiti potentissimi concentrati
su un territorio limitato, si rivela assai
arduo e richiede competenze e skill notevoli.
Nel caso del Sud entrano in gioco un
maggior numero di interessi corporativi, assai
minor ricchezza diffusa, vi sono ritardi
strutturali da affrontare, senza considerare il
degrado, la diffusamancanza di auto-consapevolezza
di vasti ceti sociali, l’illegalità estesa…..”
Ci avevano portato da bere, e il locale si stava
lentamente animando.Tra un paio d’ore sarebbe
iniziata la calata dei diciottenni per la
birra del sabato sera.
Se con Nord e Sud intendiamo due dimensioni
socio-economiche più che geografiche, le differenze
sono una costante. In genere èmolto più
difficile accendere lo stato d’animo del cittadino
medio quando la cura degli interessi di casta
e di ceto, insieme a un maggior rispetto del
bene comune, determinano un atteggiamento
più conservatore e meno disposto all’investimento emotivo …
“E anche meno disposto a rischiare l’investimento
su nuovi volti e nuovi linguaggi,
meno incline all’azzardo della generosità: a dispetto
di quanto si dice, da noi le trincee ideologiche
appaiono assai più radicate al Nord.
Al di là di ciò, il candidato della Lega spese tutta
la campagna elettorale a promettere una
cosa: avrebbe protetto chi rischiava! Eramanifesto
il tentativo di allargare a una vasta platea
un discorso che toccava le corde dell’intera
filiera produttiva del Veneto, in larghissima
parte costituita da piccole e medie imprese
dove il confine framaestranze e padroni scoloriva
facendo riemergere un tessuto solidaristico
antico.Ma era anche palese il tentativo
di abbracciare tutti coloro che in virtù della
loro laboriosità, know how, efficienza erogata
sentivano che il combinato complessivo
della nazione, le sue sacche di inefficienza, i
suoi squilibri, le sue arretratezze liminacciava
o li depotenziava. Era il loro senso di inclusione
ad essere messo in discussione”.
In effetti, parlare di rischio quando dal 2001
non si faceva che parlare di paura era una buona
mossa. Da quando la grande crisi ha messo
a nudo i limitima anche l’inarrestabilità dellamondializzazione,
la politica è stata dominata
dal tema della paura. Con Bush, il partito
repubblicano se n’è avvalso grazie al radicamento
tra gli Americani - dal cinema in poi
- di termini estremi: bene e male, buoni e cattivi,
eroi e canaglie… I nostri laburisti, invece,
hanno spinto a fondo sull’iper-regolazione,
la normazione ipertrofica che ha portato a inventare
il politically correct.
“Da noi in realtà era diverso: una paurameno
linearema più profonda. Il nostro immaginario
collettivo era infinitamente più ricco di sfumature
e colori, le fratture alle spalle troppo
recenti, il nostro passato spirituale troppo legato
al cattolicesimo e allamorale del perdono,
all’intermediazione potente dell’umano rispetto
al divino. La paura era un timore senza
nome di destabilizzazione, di perdita del
proprio ancoraggio economico, di micro-futuro minacciato, di prospettiva negata, di sicurezza
sociale discussa, in ultima analisi di cittadinanza
incrinata. Così, dovemmo arretrare
all’intangibilità del territorio, andare indietro
di 600 anni almeno, fino ad attingere
alle radici pulsanti del Paese”.
Il valore intangibile del territorio: un ingrediente
consueto in tutta Europa.Ma inCatalogna, nei
Paesi Baschi, in Carinzia, addirittura da noi
in Scozia - e stiamo parlando di realtà diversissime
tra di loro, con diverse tradizioni statuali,
con storie diverse talvolta anche violentissime -
le formazioni autonomistiche hanno vinto
alle elezioni amministrative senza che la devolution
di poteri e risorse economiche riuscisse
a minacciare l’unità nazionale…
Ritrovavo nelle sue obiezioni gli argomenti che
a lungo anch’io avevo condiviso.Aveva smesso
di piovere, e io proposi di uscire per andare
da qualche parte a cena,maGeorge insisteva
perché finissi di raccontare.
“Il territorio come luogo difendibile e perimetrabile,
con la sua carica ideale di efficien33
za, laboriosità, funzionalità, collaborazione armonica
fra ceti, corporazioni, produttori:
questa era l’operazione della Lega. E nel condurla
si avvalse di una sorta di zelo religioso,
di un agire incontaminato, qualcosa che aveva
poco in comune con la nostra storia dell’ultimomezzo
secolo, con il nostro costume.
L’ex ministro della Lega non si richiamava a
tutto ciò perché l’avesse studiato a tavolino. Lo
sapeva di pancia, e nello scegliere lo slogan della
campagna elettorale puntò senza esitazioni
su ‘SALVEZZA DELLA MARCA, SALVEZZA
DELLA NAZIONE’.
Dapprima, sembrò come al solito voler precorrere i tempi,
fare i tre passi in avanti che lo avrebbero
sbilanciato, e insistette per usare ‘NAZION’.
Qualcuno poi lo convinse, saggiamente, amantenere
il termine italiano: una soluzione che
si rivelò potente, perché nobilitante, esemplare,
e quindi mutuabile.
La marca diventava la ‘NAZIONE DI TUTTI’,
e solo almomento della secessione sarebbe
potuta regredire all’arcaismo dialettale. Il premio
fu fragoroso, e inatteso per lo stesso
candidato. Quando gli exit poll dettero a lui
il 40%dei voti e il 20%ai suoi alleati, compresi
che il processo sarebbe stato inarrestabile”.
Il locale si era di colpo riempito.Dal tavolo vicino
a noi provenivano spezzoni di discorsi in
cui si riconosceva l’accento cockney. Per trattenermi
ancora un po’ George era andato al
bancone a prendere qualcosa damangiare. La
sua domanda era rimasta in sospeso.Come era
possibile che nella civile Italia un processo di autonomia
regionale fosse arrivato a distruggere
l’intero Stato?Ma la risposta era complessa, e
anche se speravo che la sua ostinata curiosità
mi lasciasse scampo, non riuscivo a smettere
di pensarci.
La flessibilità che un processo devolutivo
richiede non poteva trovare spazio da noi.
Da una parte, avevamo in un pezzo consistente
diNord in cui si era affermata una
nuovissima classe dirigente - i leghisti appunto
- che non faceva sconti e aspettava
soltanto che la crepa si aprisse. Dall’altra, c’era un Sud -Campania, Sicilia eCalabria
in particolare - pronto a cambiare tutto purché
nulla cambiasse, e quindi sostanzialmente
‘rigido’.
Ciò rendeva impossibile un processo concordato
e condiviso che nonminasse l’unità
del Paese.
Credo chemolto avesse a che fare con la peculiare
natura del nostro Stato. L’interoMeridione
si era confrontato a lungo con
uno Stato percepito - a ragione probabilmente
- come invasore: dall’unità d’Italia
fino all’avvento del fascismo, quando lo Stato
accentuò la sua immagine di mediatore
indiscutibile e indiscusso delle istanze dei
ceti dominanti, regalando pochissimo in termini
di modernizzazione effettiva.
Infine, con il periodo seguente al 1945, assunse
le vesti del lungo dominio dellaDemocraziaCristiana.
Fu una stagione esplosiva
sotto il profilo della crescita del benessere
e dei consumi privati,molto più discutibile
dal punto di vista della coesione sociale, delle modalità di partecipazione della
popolazione al processo democratico, dell’endemica
estensione di processi corruttivi
e clientelari nell’operare pubblico. In
ogni caso, in tutte le fasi del processo unitario
il Sud fu oggetto passivo e non soggetto:
subì l’annessione all’Italia, si accomodò
al fascismo vincente, non partecipò
alla liberazione e - ragionevolmente, anche
considerando che nel referendumsi schierò
a favore della monarchia - subì la repubblica.
Fino a quando il Meridione si rivelò profittevole
- e lo fu per un secolo emezzo scarso
- il Nord tollerò agevolmente le scorribande
delle sue classi dirigenti (il trade off
rimaneva comunque favorevole al settentrione).
Allorché i relativi vantaggi venneromeno
- grossomodo fra la fine degli anni
‘80 e l’inizio dei ‘90 - e il Sud divenne ominacciò
di diventare un puro costo, la reazione
si fece sentire immediatamente.
George era tornato al tavolo e, riuscendo ancora una volta a stupirmi, insieme al piatto di
fish & chips mi mise davanti una nuova obiezione
che sembrava aver seguito le tracce
delle mie riflessioni.
Perdonami,ma quando prima parlavi della diffusa
illegalità del Sud non ho potuto fare ameno
di pensare che anche tu cada in uno stereotipo
etnologico. Un po’ come quanti negli anni ‘90
spiegavano la guerra nei Balcani con la naturale
vocazione slava alla ferocia.Ericordavo, invece,
le straordinarie personalità che dettero la
vita per affermare la legalità: i Borsellino, i Falcone,
i tanti altri….
“Vedi, in realtà loro furono proprio l’espressione
delMeridione sconfitto.Di quello che
perse la battaglia per l’egemonia culturale all’interno
delle classi dirigenti. E nessuna celebrazione
a posteriori potrà risarcirli, anzi ogni
celebrazione li allontana dal ruolo che giocarono
e dalle speranze che evocarono, e dallo
stile con cui lo fecero.Uno stile che si affidava
alla sobrietà, all’asciuttezza, all’attaccamento
ai nudi fatti, all’assenza di spettacolarità. Niente di più lontano da quanto sarebbe
seguito: nel Sud e in tutto il resto della nazione.
Quanto a ciò che definisci tratto ‘etnologico’
si tratta di una dimensione storica
che è sotto gli occhi di tutti.
Mi riferisco ai caratteri della classe dirigente
che, indipendentemente dalle forme di produzione
e di sviluppo conosciute dal Sud, è rimasta
uguale a sé stessa e per molti versi - in
particolar nell’ultimo trentennio, quando
l’accumulo di risorse pubbliche lo ha consentito
- ha cooptato al suo interno vasti segmenti
di popolazione, rendendola simile a sé.
Vista sotto questo profilo, lamafia rappresenta
la quintessenza di questo capacità di subordinare
pezzi di società - anche evolutissimi -
alla propria visione, sino a improntarne i
comportamenti.
In tutto ciò il Nord ha avuto, e ha, una responsabilità
non secondaria.C’è un episodio
emblematico che lo rivela: quandoCuccia fu
minacciato dalla mafia, e venne a sapere del
progetto di uccidere l’avvocato liquidatore della banca di Sindona, il capo di Mediobanca -
celebrato e santificato dalla grande stampa del
Nord - si guardò bene dal rivolgersi alla magistratura
o alla polizia. Tacque, e nel suo silenzio
vi fu l’implicito riconoscimento della
colpevole contaminazione fra le classi dirigenti
del Sud e quelle del Nord, e della silenziosa
protervia di queste ultime.
Da quantomi dici, il Sud -molto più delNord
- avrebbe potuto avere una corsia preferenziale
per la strada dell’autonomia….
Senza che me ne accorgessi, mi aveva riportato
alla sua domanda inevasa.
“Al contrario, le sue classi dirigenti e le suemasse
conoscono solo ilmodulo della passività, di
una passività esigente e aggressiva con tratti di
ingordigia, cosicché ogni tentativo di riforma,
in termini di redistribuzione di ricchezza, nuove
regole, auto-governo e via dicendo, provoca
un irrigidimento. Semplicemente, i processi
di riforma non appartengono al suo DNA.
Non in quanto individui, bada, ma in quanto
comunità. E’ la rigidità di cui parlavo prima. La ‘flessibilità’ che un processo devolutivo
richiede da noi non era possibile. Se avessimo
compreso questo per tempo, forse tutto
quello che è accaduto dopo poteva essere
evitato”.
Già, quello che è accaduto….Come ci arrivaste
in un periodo tanto breve?
“Stavamo scivolando verso un’altra estate: la
crisi economica si rivelava più insidiosa e
più lunga delle previsioni. Non era devastante
in termini di numeri,ma dopo aver buttato giù
quel po’ che c’era da buttare al Sud, ora prese
amordere amacchia di leopardo nelNord
e nei luoghi della piccola emedia impresa in
Veneto e in Friuli, in Lombardia, in Emilia, in
Toscana. Le conseguenze non potevano dirsi
drammatichema l’inquietudine saliva, e con
essa l’attenzione alle stesse scelte del governo,
che a quel punto cominciarono amostrare pesantemente
la corda. A giugno l’aumento
della spesa pubblica e il contemporaneo calo
del gettito fiscale portarono il disavanzo a livelli
di guardia. Intervenne l’Europa, e Il Presidente, per non privarsi in un colpo solo
dei suoi due strumenti privilegiati di raccolta
del consenso - evasione fiscale e spesa pubblica
allegra - bloccò gli stanziamenti già decisi
a favore diComuni e Regioni. Per quanto
riguardava il Nord, ciò significava la sospensione
di una serie di investimenti strutturali,
soprattutto nei trasporti e nellamobilità.
Misura indigesta ma ancora sopportabile,
non fosse per il caso, per l’arbitrario intervento
del destino”.
Il vecchio Samsi aggirava tra i tavoli e ogni tanto
ci gettava un’occhiata sbilenca. Era abituato
a sedersi con noi quando i pochi clienti gli consentivano
di abbandonare la sua postazione.
Evitavamo di guardarlo, e alla fine si allontanò
con aria delusa.

3. DIAGNOSI MANCATE
Eravamo passati alla birra, e con un cennoGeorge
mi invitò a continuare.
“Per cause che tuttora rimangono difficili da
giudicare, ma che molti esperti attribuirono
a fattori eccezionali (sembra che un fulmine
avessemesso fuori uso i sistemi di sicurezza
della stazione diMestre), un Eurocity deragliò
finendo per rovesciarsi sulla banchina,
incendiarsi e appiccare il fuoco all’intera stazione.
Le vittime furono un centinaio fra viaggiatori
e passeggeri in attesa, e la copertura giornalistica
degli eventi si rivelò, prevedibilmente,
del tutto analoga a quella dei casi precedenti.
Seguendo il consueto schema di antropomorfizzazione,
il treno divenneKiller e
le ferrovie Assassine e, applicando una facilissima
relazione di causa-effetto, i soccorsi

Colpevoli e il governo Responsabile. Poco contava
che da ormai un ventennio non si investiva
a sufficienza sulla rete di trasporti e su
un’altra serie di beni collettivi.
Le opposizioni alzarono il tiro, e la Lega - partito
di territorio e di governo - pretese e ottenne
lo sblocco dei finanziamenti agli enti Locali
e alle Regioni.
Come risultato, nel maggio del 2010 un’allarmata
relazione della Banca d’Italia segnalò
che il disavanzo rispetto al PIL aveva superato
il 110%, una condizione che il ministro
del Tesoro si sforzava di minimizzare o
di negare scagliandosi contro i burocrati di
Bruxelles, ma che i cittadini - quelli virtuosi,
che sempre avevano percepito l’Europa
come fattore di riequilibrio, e quellimeno virtuosi,
che ne avevano sfruttato gli abbondanti
finanziamenti - sentivano come minacciosa,
prima ancora che per il Paese per le loro private
condizioni di vita.
Eppure, anche in quella fase c’era ancora molto
che poteva esser fatto…In fondo si trattava di mettere sotto controllo la spesa pubblica e, considerando
la dimensione della vostra ricchezza
privata, era attuabile.Credo che negli anni ‘90
vi foste già riusciti in almeno un paio di occasioni…..
“Certo, ma allora le forze centrifughe erano
assaimeno forti e rilevanti; lo stock di fiducia
collettiva non si era esaurito; il sindacato, pur
se in rapido declino, costituiva ancora una forza
radicata e unitaria; nel Sud si avviava fra
molte attese l’esperienza dei governi di centrosinistra,
il cui fallimento si rivelerà centrale per
lo sviluppo degli eventi. Inoltre, laChiesa stessa
conservava un potere di indirizzo ben
maggiore.
Infine, in quegli anni spendemmo le ultime carte
‘resistenziali’, le ultime energie vitali della generazione
che aveva vissuto direttamente o indirettamente
laResistenza. Gente - soprattutto
per quanto riguardava le forze che poi furono
all’opposizione, e penso al PCIma non solo -
che costituiva e costituì qualcosa di radicalmente
estraneo alla nostra storia collettiva”.
Con il pretesto di attaccare la seconda birra
mi fermai. Ero entrato in un terreno su cui non
ero certo che Georgemi potesse seguire.Un
terreno fragile, sul quale anche gli storici si addentravano
con prudenza.
La Resistenza fu in larghissima misura
l’esito di un disegno politico, un fatto cioè
artificiale, costruito da una ristretta minoranza.
Ad essa successivamente parteciparonomigliaia
di cittadini: non le centinaia
dimigliaia,ma fu pur sempre qualcosa
di eccezionale.
Da quella eccezionalità nacque unmeccanismo
di fortissima selezione dei gruppi dirigenti,
che non trovò uguali negli anni successivi
e che, bene o male, pose le basi per
la formazione di una élite politica.
Le migliori espressioni della componente
comunista, la più estesa, rimasero a lungo
estranee al processo di direzione del Paese.
Il filone democratico cristiano ne fu invece
a lungo alla guida, e solo la non contendibilità nella gestione del potere corruppe il
suo sviluppo fino a disseccarlo.
La terza componente - quella laica, liberale,
radicale, schiacciata a lungo fra i due
movimenti - offrìmoltissimo sul piano qualitativo,
ma senza mai rinunciare a un élitismo
in cui gli italiani non si riconoscevano.
“Furono proprio le ‘carte resistenziali’ - fino
alla prima crisi degli anni ’90, e finché lo consentì
il ruolo di garanzia svolto dalle presidenze
della Repubblica - a giocare un ruolo fondamentale
nei vari momenti di ‘salvezza’ della
nazione.
Il loro ruolo aveva, quindi, ritardato il processo
dissolutivoma, tuttavia, aveva anche finito per
nascondere la vera natura dei processi in corso,
rimuovendo il processo profondo che nel
frattempo era in atto: il dislocarsi spontaneo
delle forze sociali e degli individui secondo direzioni
del tutto diverse da quelle auspicate e
narrate dai padri fondatori. Nel 2010 nulla di tutto ciò sopravviveva e nulla delle nuove
generazioni - i quarantenni e i trentenni - era
ancora in campo, salvo che nella Lega”.
Ecco, parlando dellaLega prima hai usato il termine
‘zelo religioso’. Un concetto frequente nei
fenomeni politici dimassa - e non parlo solo dei
totalitarismi - dove nell’agire prevalgono tratti
messianici, finalistici, dal carattere pervasivo,
che investono cioè non solo le élite dirigentima,
per cerchi successivi, anche i simpatizzanti
fino ad arrivare agli elettori. Come in tutte le
autentiche spinte ideali, esso è indifferente al presente
e tutto proiettato al futuro.
“I leghisti rappresentavano una sorta di nuova
coscienzamorale di natura collettiva e - questo
ne fu il tratto caratterizzante - sovra famigliare.
Una visione che in qualche modo
prescindeva dal classico familismo italiano.Diciamo
una visione ‘protestante’. In un tempo
di presentizzazione assoluta, la posizione della
Lega insegnava a procrastinare il ‘piacere’,
a differirlo in vista di un obiettivo futuro. Paradossalmente
eranomolto ‘adulti’, a fronte di attestate su posizioni regressive.Non fu un caso infatti che, salvo per alcuni infortuni, i leghisti non erano coinvolti in gravi fatti
di corruzione.Ciò non significava che non
cercassero di espandere la loro presenza in tutto
l’apparato pubblico, e di controllare quanti
più posti di potere possibili, ma lo facevano,
diciamo, per una finalità ‘superiore’..”
Be’ sembra che tu ne sia affascinato, in fondo ne
parli come se rappresentassero qualcosa di positivo…..
No, quanto ti dico non contiene nulla di encomiastico:
mi limito a descrivere una realtà
che stava sotto gli occhi di tutti, e che tuttavia
nessuno voleva riconoscere.
A tratti sentivo agitarsi, tra lo spazio del nostro
piccolo tavolo, i dubbi diGeorge. Era spesso
capitato, nelle nostre discussioni, che la tortuosa
complessità della politica italiana lo innervosisse.
Continui a battere su questo tasto: nessuno aveva
segnalato il pericolo, nessuno sembrava aver
capito né avere il coraggio della chiarezza.
Condivido la tua critica se penso aimedia. Il registro
sensazionalistico, da quotidiano sportivo
o da talk show televisivo, che si è impadronito
di tutti i giornali a partire dagli anni ’90 - dove
contano sole le storie, i ‘casi’, e ogni vicenda particolare
diventa paradigma, viene generalizzata
secondo la particolare abilità e inclinazione dello
scrivente - ha finito per far evaporare la realtà.
In questo caso si trattava di una realtà grossa,
e quindi di una responsabilità grave.Mami
sembra che tu in fondo sia più duro con i soggetti
appartenenti all’opposizione e alla lobby del
‘partito romano’ rispetto a quegli attori che - perlomeno
agli occhi di noi stranieri - hanno giocato
un ruolo ben più pesante….
Aveva colto nel segno.Un giudizio tanto più
severo quanto più la mia strada si era spesso
incrociata con unmondo chemi sembrava di
aver guardato fin dentro le sue viscere.
Come lobby il ‘partito romano’ non era contendibile,
in quanto la proprietà dei mezzi
di comunicazione era ben salda nelle
mani di un paio di persone. Ma, come ogni
vera lobby, lavorava per cooptazione, includeva
cioè per affinità/prossimità/adesione
a un programma ideale, spesso mutevolema
con alcune costanti, di cui lo ‘sdegno’
costituiva la cifra di riconoscimento:
lo sdegno per le condizioni dell’Italia, per
la sua classe dirigente corrotta, per l’andamento
e le dinamiche delmondo dell’economia
o della finanza o dello sport, per il
popolo stesso di cui si sottolineava una costante
deriva ‘plebea’.
Era una lobby per così dire ‘generosa’, incline
ad offrire all’opinione pubblica una chiave
per emendarsi ed emendare il Paese.
Una posizione di élite tardo ottocentesca,
che del resto si rifletteva benissimo negli editoriali
delle decine di direttori delle varie
testate locali e nazionali impegnate a insegnare
il loro mestiere agli italiani.
“Sono duro con loro, perché per anni hanno
mantenuto il monopolio del pensiero del-
l’opposizione, hanno fatto e disfatto presidenti
del consiglio e segretari di partito. E poi, quando
i giochi erano fatti, hanno dato inizio alla
lunga - e ancora non finita - geremiade sulla
nazione che si disfaceva. Sono duro con loro
perché hanno mentito a lungo a tutti gli italiani”.
George taceva, e per un attimo sembrò distante
parecchiemiglia dal nostro tavolo.Temevo di
averlo annoiato e che volessemettere fine alla
serata.Nel suo loft aDalston lo aspettava la giovane
moglie e i due bellissimi gemelli color
cioccolatomentre io, che iniziavo a pentirmi
di aver rifiutato la sua ospitalità, avrei dormito
in una Guest House di Hampstead. Cercai di
ridestare il suo interesse.
“Tornando ai giorni che seguirono l’allarmata
relazione della Banca d’Italia, il Presidente
- come avrai intuito - da tempo era in seria
difficoltà: da un lato la spasmodica ricerca del
consenso attraverso politiche di spesa sempre
più insostenibili, dall’altro l’incrinatura della
sua immagine personale a causa delle rivelazioni avvenute nell’estate precedente”.
Già, l’uomo era progressivamente isolato sia all’interno
di importanti settori economici e finanziari
sia agli occhi della comunità internazionale,
incline a sopportarne amalapena le
bizzarrie o nelmigliore dei casi a sfruttarle cinicamente
ai fini di propri interessi nazionali,
come fecero di seguito gli Americani, noi Inglesi,
i Francesi, i Russi e addirittura i Libici….
“All’interno della suamaggioranza il Presidente
controllava ancora un esteso blocco di parlamentari,
e di volta in volta negoziava il prezzo
per l’appoggio della Lega. Ma era evidente
che chi volesse rimettere in moto una situazione
ormai in stallo doveva necessariamente
passare per un attacco che ne demolisse la
figura personale , o per un’ incrinatura del suo
blocco di potere, o per entrambe le strade.
Si cominciò sul fronte personale, e una volta
ancora i nostri servizi segretimostrarono tutta
la loro efficacia e tutta la loro abilità”.

544. LA CADUTA
Ero riuscito nell’intento. Il mio interlocutore,
da sempre attratto dalle spy stories che l’Intelligence
britannica instancabilmente forniva,
si stava rianimando.
Vuoi dire che l’ondata di rivelazioni sui suoi vizi
privati ebbe come regia i servizi segreti italiani?
“Qualcosa di simile, o comunque qualcosa che
veniva dal di dentro.Qualcosa a cui l’opposizione
e i giornali rimasero estranei, salvo poi
agire da amplificatori. Da noi, del resto, è sempre
stato così. Non si può immaginare il cadavere
di Moro abbandonato nel baule di
un’auto fra Piazza del Gesù e via delle BottegheOscure,
né la tempesta che si abbatté sul
PSI e finì per travolgere anche la DC, senza
pensare a qualcosa che veniva dall’interno.
Già, non era molto e credibile che gli apparati
di ‘protezione’ del Presidente, di un uomo capace
di reggere nelle suemani uno dei più ricchi e potenti
paesi, non abbiano giocato un ruolo. Così
come a lungo avevano ‘coperto’ tutto, ad un certo
punto devono aver deciso, o furono spinti a decidere,
che era venuto il tempo per ‘scoprire’ tutto.
Probabilmente ci fu un ispiratore dellamanovra.
“Non lo so, e credo che sia poco importante
saperlo. Penso che accadde per lui quanto accadde
perKennedy,Moro,Rabin,Mattei,Craxi….
Viene unmomento in cui una serie di forzemuovono
quasi contemporaneamente su un
obiettivo. Vuoi per coincidenza, vuoi per intenzionalità,
vuoi per un oggettivo comporsi
delle cose e degli scenari, ad una certa ora il
leader si scopre vulnerabile, e quando lo diventa
- e tutti lo sanno - è solo questione di
tempo perché qualcuno lo colpisca. E’ irrilevante
chi sia a farlo: il punto è che il velo protettivo
si è strappato, si viene percepiti all’improvviso
come animali malati, e il colpo segue quasi per inerzia o viene lasciato partire
nell’indifferenza, con un tacito, silenziosissimo
consenso, così da sembrare che non ci
sia addirittura traccia di intenzionalità.
E’ quanto accadde: la questione ‘morale’ tornò
all’improvviso in primo piano, e questa volta
il guaio era grosso, troppo grosso per qualsiasi
scudo protettivo”.
Ricordo bene, la notizia partì da un settimanale
scandalistico: una ragazza piuttosto giovane
rilasciò una lunga intervista in cui descriveva
minuziosamente i tic erotico-sessuali
del Presidente. La ragazza faceva riferimento
all’esistenza di un luogo segreto – sosteneva
fosse nei sotterranei di Palazzo Grazioli – dedicato
in modo esclusivo alla presenza di giovanissime
donne.
“Salvo per la ricchezza di dettagli, non c’era
uno straccio di prova, né c’era nulla di sostanzialmente
nuovo rispetto al passato. La
notizia tuttavia non solo trovò subito spazio
sulla totalità dei quotidiani del giorno dopo
non direttamente controllati dal Presidente ma, nello stesso giorno in cui il periodico approdò
in edicola, si ricavò ben quattro righe
sul ‘televideo’ Rai, uno dei più trasversali fra
i canali di comunicazione, a riprova che la
falla era interna. Nei giorni successivi, mentre
il clamore intorno al caso aumentava, la
magistratura aprì un’inchiesta e, contemporaneamente,
l’opposizione lanciò la sua richiesta
di dibattito parlamentare. Il Presidente
fu salvato in corner dalla chiusura estiva
delle camere, ma per tutto il periodo di sospensione
dei lavori parlamentari l’incendio
continuò a divampare nel sottobosco. Ai
primi di settembre intervennero con durezza
il Vaticano e la CEI…”
Ah, della Chiesa non abbiamo ancora parlato.
L’Italia veniva dal pontificato diWojtila, uno
che sulla guerra in Iraq aveva sfidato gli Stati
Uniti d’America. Mi sembra invece che nel
nuovo Papa si vedesse una dimensione piuttosto
provinciale, la tensione di un giardiniere interessato
essenzialmente a tener pulita la propria
parte di giardino, senza preoccuparsi di ciò
che restava fuori dal perimetro…
“Aldilà dello stile e della figura di Ratzinger,
in questo non c’era nulla di nuovo che non
avesse caratterizzato il papato precedente.
Da lungo tempo laChiesa si avvantaggiava della
debolezza della politica, negoziando con i
governi spazi di legittimazione o ri-legittimazione
che lamaggioranza della popolazione
tacitamente riteneva impropri. Si trattava di
spazi che avevano a che fare con la maggior
presenza dei cattolici nella vita pubblica, l’insegnamento
religioso nelle scuole, o con questioni
pertinenti allamorale individuale: l’eutanasia,
il testamento biologico, l’aborto.
Moltissimi, anche tra i cattolici, vedevano nell’agire
dei vescovi e del Vaticano una finalità
strumentale troppo scoperta.Così, quando la
Marca lanciò la sua lunga e del tutto demagogica
offensiva contro l’immigrazione - lo scopo
era puramente coesivo - laChiesa si ritrovò
priva di credibilità e di riconoscimento nel
ruolo di guida necessario per l’effettivo indirizzo
del popolo cattolico.Cose che capitano
anche nelle migliori Chiese. E per questo, in
tutta la vicenda, essa ebbe un ruolo relativamente
modesto.
Ma fammi continuare.Nella prima seduta parlamentare
dopo la ripresa, lamaggioranza andò
sotto alla nuova richiesta di dibattito in aula:
fra assenze e astensioni mancarono cento
voti.Una valanga che aveva un preciso sapore
politico, e che necessariamente era frutto
di un accordo sotterraneo fra pezzi di opposizione
e il principale alleato del Presidente,
la Lega”.
Vuoi dire che fu di nuovo la Lega ad affondarlo?
Diciamo che la Lega creò le condizioni essenziali
per il suo affondamento, facendo
mancare una quarantina di voti. E’ ragionevole
pensare che l’astensione fosse concordata
con l’opposizione, omeglio, con alcuni dei
suoi leader, e proprio in questa occasione si
produsse tra costoro il più potente fra gli annebbiamenti.
Come avevano fatto una quindicina
di anni prima, nel ‘96 e nel ’94, di nuovo pensarono di poter avvalersi dell’appoggio
tattico della Lega, di usarla come temporaneo
grimaldello per accelerare la caduta del Presidente.
Anche questa volta ci riuscirono,
ma caddero a loro volta preda del disegno della
Lega, assai più lungimirante e sintonico con
gli italiani.
Il Presidente reagì andando al voto di fiducia
che, clamorosamente, ripeté per quantità e qualità
il voto già espresso sul dibattito parlamentare.
Lo scontro con i leghisti lo avevamesso al tappeto.
Era stato uno straordinario buyer, aveva
comprato tutto ciò che era in vendita, sancendo
il successo di unmetodo. Verso la fine
degli anni ‘80 - in tempi non sospettabili di
inciucio - provò a comprarsi anche il suo nemico
più irriducibile, il capo dell’allora opposizione.
Non ci riuscì e, poiché era un uomo
intelligente, riuscì a farsene una ragione. Più
tardi, e a più riprese, provò a acquisire quelli
che detenevano la golden share del suo successo,
i leghisti, e non ci riuscì.Non solo non ci riuscì,ma come disse Gesù, furono costoro a tradirlo
per tre volte.  Secondo me non seppe mai
venirne a capo. Accettare questo fatto equivaleva
alla negazione di un percorso di vita.
Credo che alla fine il Presidente ‘morì’ di Lega.
Ora l’Italia era senza guida, e il nostro vecchio
Presidente della Repubblica, ultima delle
‘carte resistenziali’, avviò le consultazioni”.
Anche George sembrava avvertire il climax della
fine di un personaggio che nel bene e nel
male aveva tenuto banco per quasi un ventennio
in molte delle nostre conversazioni, oltre
ad aver occupato i banchi del parlamento
italiano, di quello Europeo e i titoli dei media
mondiali. Così, rimanemmo entrambi in silenziomentre
io riandavo con la memoria al
suo inizio.
Il punto di svolta si verificò agli inizi degli
anni ‘90, dopo la stagione dei processi alla
classe politica di allora. Non se ne accorse
proprio nessuno ma ciò che emerse in
quella frase, e non trovò risposta, era una
domanda di redistribuzione di ricchezza,
intesa in termini materiali ma anche più
estesamente, in termini di opportunità e accesso
individuali.
In Italia - dove è forte l’ossatura egualitaristica
dovuta alla culturamarxistama soprattutto
a quella cattolica - la domanda
di equità aveva difficoltà a trovare sbocchi
sia per la ‘crisi’ delle forme politiche di quelle
due culture, sia perché entrambe non riuscivano
a declinare tale bisogno nei termini
emergenti del merito e del riconoscimento
individuale.
Si avvertiva un bisogno di equità ma non
c’erano più cattolici organizzati in politica
capaci di mediare rispetto a questa domanda,
e di tararla secondo le mutate esigenze.
C’era una ovvia richiesta di giustizia sociale
e di riduzione della distanza fra istituzioni
e cittadini, ma non c’erano più i comunisti
- o ce n’erano troppo pochi - capaci di
incanalarla e di darle una cifra politica.
L’élitismo delle altre culture presenti favoriva
la frammentazione delle spinte: ipotetiche
costruzioni tecnocratiche, inseguimenti
di volta in volta timidi, avventati
o strumentali in chiave liberistica.
Il tutto portò ad un progressivo sgretolamento
del luogo principe delle mediazioni:
lo Stato e la sua funzione di riequilibrio
fra ceti e interessi a livello istituzionale.
La politica arretrò pesantemente, e vennero
prepotentemente avanti gruppi di interesse
economico a bassa diffusione di consenso
ma a fortissima capacità di condizionamento
ai fini dell’orientamento legislativo
e normativo.
A questo punto si inserì il Presidente, che
finse di interpretare alcune di quelle istanze
progressive e di fattomantenne lo status
quo lasciando che categorie, lobby, e cittadinanza
estesa andassero verso una forma
di autogestione secondo i rapporti di forza
dati.
E’ incredibile pensare che sia finito, considerando
il consenso che aveva suscitato. Sicuramente, viste
dall’esterno, le ragioni del suo successo sono
difficili da tenere insieme….
Un punto è capire quali furono le ragioni omeglio
le linee del suo successo, altra cosa è comprendere
quali ne furono i punti di forza. Nel
suo lungo conflitto con la sinistra, egli ebbe
sempre un grande elemento di vantaggio:mentre
per la sinistra il tempo era scritto, tutto era
già accaduto, e quanto doveva accadere accadeva
in continuità, oppure in discontinuità,
con il passato ma sempre in relazione ad
esso, lui non si preoccupava del tempo perché
sapeva prescindere dallamemoria: la storia
era una pagina bianca da scrivere o riscrivere
ma completamente bianca. Poteva disinvoltamente
scegliere frammenti o segmenti
interi di passato da utilizzare a propria
discrezione,ma non ne rimaneva prigioniero.
Egli offriva una meta e un’opportunità: tutto
poteva essere dilavato, tutto poteva ricominciare
a prescindere dalla Storia, nessuno
era responsabile delle scelte fatte in passato.
In ciò, si rivelava profondamente cattolico.
Quella cosa che chiamiamo coscienza, con lui,
era libera. Libera di sistemare i suoi rimossi a
piacimento. E’ evidente che tutto ciò escludeva
ogni discorso di coerenza - ove essa non
fosse strumentale o conveniente - e il suo successo
era il risultato di un’azzeccata, ardita combinatoria
dimolto di quei resti di ‘mobilio’ che
avevamo conservato, solo apparentemente
abbandonato, nel nostro solaio.
Gli Italiani infatti conservano ogni ricordo, si
guardano bene dal buttar via qualcosa. La loro
memoria storica e il loro immaginario collettivo
è come una gigantesca soffitta: c’è
dentro di tutto, magari ricoperto di un strato
di polvere. E spesso - nel bene e nelmale -
pezzi di quel tutto tornano a rianimarsi, si assemblano
fra loro prendendo fogge inattese,
originali, interessanti o terribili. In questo possiamo
davvero dire di rappresentare un laboratorio”.


5. TERAPIE CIECHE
George seguiva sempre con una certa esitazione
ilmio divagare sul carattere degli italiani
e quindi tornai al nostro racconto.
“In venti giorni prese forma un vecchio-nuovo
blocco di alleanze che comprendeva l’Udc,
buona parte del Pd, l’Idv, vasti settori dell’ex
Pdl, con esclusione della residua fazione del
Presidente - a questo puntomeno di cento fra
deputati e senatori - e il gruppo compatto della
Lega, che si sarebbe astenuto. La nuova aggragazione
dette vita ad un Governo battezzato
dai giornali ‘Governo di Salvezza Nazionale’.
Lo guidava una personalità esterna
non politica,MarioMonti. Schierava lo stessoMonti
alle Finanze,D’Alema era Vice Presidente
delConsiglio,Di Pietro allaGiustizia,
Fini agli Esteri eCasini agli Interni. Per gli al68
triministeri pescava abbondantemente tra le
migliorimassime della società civile. Sotto il
profilo nominalistico era ilmigliore dei governi
che l’Italia avesse mai avuto dal 1945. Dal
punto di vista dei numeri, poi, poteva contare
su unamaggioranza robusta. Il ‘partito romano’
gioì, quello Confindustriale e tecnocratico
salutò, attraverso i suoi quotidiani, la
nascita di una nuova stagione. Imercati reagirono
brillantemente. Dall’estero giunsero
commenti di esplicita soddisfazione. Ahimè,
nessuno pensò al fatto che vale per la politica
quanto vale per il gioco del calcio: soldi
e campioni non bastano per vincere il
campionato”.
Le citazioni sportive erano sempre state la cifra
costante degli nostri scambi di idee, probabilmente
in memoria di quella prima partita
di calcio che avevamo visto insieme, anche
se da tribune diverse.Diversamente dame,
George non era propriamente un tifoso ma,
quando parlava del goal che consegnò all’Argentina
la vittoria sull’Inghilterra aimondia69
li del 1986, ancora si illuminava di un rimpianto
infinito.
Per avere successo nelmondo del lavoro e del business
occorre la stessa passione che fa vincere una
partita, in politica questo vale ancora di più.Una
passione dove i calcoli non seguono le regole dell’aritmetica.
SeMaradona, anziché coltivare l’eccezionale
pedatamancina che la natura gli ha
regalato, si fosse allenato per migliorare il piede
destro, noi forse avremmo vinto.
“E se la passione ti può far vincere, l’eccesso di
narcisismo, il sentirti un semi-dio, sicuramente
ti può far perdere. E non pensavo aMaradona…
Ora capirai cosa intendo.
Il nuovo governo, dunque, simise al lavoro con
tre sostanziali obiettivi: contenere inmodo vigoroso
la spesa pubblica, rilanciare l’economia
e l’occupazione e, in generale, ridare smalto all’immagine
ammaccata delle istituzioni.
Ma la prima trappola era stata posta al momento
stesso del suo insediamento: gran parte
deimedia - con l’esclusione di quelli di proprietà
di Berlusconi - non avevano smesso di sottolineare l’eccezionalità della nuova creatura
politica - che qualcuno chiamò con un
nome di stampo risorgimentale, ‘gli Unitari’
- la loro straordinaria natura di rifondatori dei
suoi esponenti, l’impegno altissimo della loro
sfida, sicché inevitabilmente una sorta di euforia
si impadronì di loro”.
Intendi che lo stesso ingranaggio in cui era prigioniero
il ‘partito romano’ si era esteso all’intera
compagine governativa che pensava di
avere inmano i destini della nazione e, in sintonia
con i titoli dei giornali, di essere impegnata
nellamissione della ‘salvezza nazionale’…Che
il sentirsi ‘salvatori della patria’ ne esaltava le
egocentrismo autocompiaciuto, ne accentuava
l’autoreferenzialità, ne diminuiva le capacità di
ascolto, di relazione e di mediazione…
“E soprattutto ne vellicava le istanze illuministiche…”
Questo non mi pare necessariamente un esito
negativo…
“E invece, se privo di antidoti - e tutti loro ne
avevano esaurito la scorta - è il rischio peggiore,
perché da noi l’illuminismo si traduce sempre
nel desiderio di sostituire alla realtà data
un’altra realtà, vagheggiata o idealmente ricostruita.
Una costruzione che ambisce a surrogare
quella vile e contaminata offerta dal Paese.
Che prescinde dai suoi caratteri costitutivi,
dal suo cinismo, dalla sua furbizia, cioè da
una serie di ‘difetti’ che tuttavia costituiscono
altrettanti aspetti difensivi. Indulgere in essi,
o solleticarli fino a farne unameta-costruzione
politico ideologica e culturale, come fece il Presidente,
è una cosa; negarli per ripartire da ‘un
altro dove’ ideale è altrettanto colpevole per
un artefice politico. E gli Unitari caddero in
questo errore, in parte o quantomeno in dose
sufficiente a determinare la propria rovina”.
Come nel calcio, alla fin fine.Quando una squadra
è in difficoltà, la prima dote da spendere deve
essere la consapevolezza fortissima dei propri limiti
per ridurre al massimo gli errori.
“ E a commettere il primo errore fuD’Alema,
il Vice-Presidente delConsiglio, un ruolo secondario
per un personaggio che era di gran
lunga il più autorevole. Quello che - in particolare
in contesti ristretti - sapeva piegare gli
altri al suo disegno politico di fondo e che,
quando si trovò di fronte alla decisione di dare
o meno alla magistratura l’autorizzazione a
procedere nei confronti dell’ex Presidente, scelse
un profilo garantista, trascinando con sé il
Parlamento”.
Evidentemente era un estremo tentativo di
appeasement, di riconciliazione, proprio quando
- selvaggiamente, come era già accaduto nella
vostra storia - ‘la gente’ era ridiventata tale,
e da destra a sinistra chiedeva sangue. O, meglio,
chiedeva il sangue del grande affabulatore,
nella necessità tipica delle masse di dilavare
attraverso la sua condanna il proprio autoinganno,
la propria compromissione, le proprie
responsabilità.
“D’Alema - come del resto era accaduto in precedenza
- si comportò da aristocratico, peccò
di illuminismo, appunto, e affrettò in questo
modo il fallimento degli Unitari. Le conseguenze
furono immediate. Il Ministro della
Giustizia dette le dimissioni, andando a riprendere
il presidio di quell’area antagonistica,
giustizialista e - per alcuni versi vagamente
dannunziana - che si era abbondantemente
nutrita dell’odio per il Presidente cresciuto
come una bolla sorda nella pubblica opinione”.
Su questo tema per anni la sinistra si era divisa.
Secondo te, dunque, sarebbe statomeglio consentire
che la magistratura giudicasse il Presidente

“Certo, quantomeno allora.Anche perché il
rumore mediatico avrebbe distratto almeno
per un po’ l’attenzione dagli altri ben più strutturali
interventi che gli Unitari si avviavano
a fare sul terreno del contenimento della
spesa pubblica. Primo fra tutti, l’innalzamento
dell’età pensionabile: forse il più grosso
fra imolteplici svarioni commessi in quella
breve stagione”.
Quanto a questo,mi sembra che foste fuori dai
parametri europei, in fondo alla classifica…
D’accordo,ma in quelmomento la solerzia del
Professor Monti unì nella rabbia e nella
protesta il Nord e il Sud, i vecchi e i giovani,
i ricchi e i poveri, i lavoratori del settore pubblico
e di quello privato, e dette al nuovo governo
quella patente di ottusa illiberalità che
ne avrebbe segnato la fine.
Forse avrebbero potuto pensare amisure più
mirate. Forse avrebbero dovuto preoccuparsimeno
di Bruxelles - negoziando un piano di
rientro soft - e puntare invece amantenere un
minimo collante di consenso.Ma decisero di
mettere lemutande almondo, e appiccarono
il fuoco in casa.
La coalizione non funzionò, quindi. Un progressivo
avvicinarsi al finale…
“Una coalizione di opposti può funzionare se
trova un Paese pronto a lavorare assieme, un
Paese che aldilà delle differenziazioni politiche
è rimasto coeso. Se chi la guida ha sufficienti
tratti di medietà, direi quasi di modestia
intellettuale - capita, in alcuni paesi - da
interpretare il sentire della gente comune, consentire
loro di identificarsi. E se èmossa da un
ideale progressivo e non difensivo.Come ti sarà
agevole comprendere, non esisteva nessuna di
queste condizioni: il Presidente aveva radicalizzato
la nazione; i principali esponenti della
coalizione erano dei ‘numeri dieci’mossi da
una passione ingegneristica,mentre noi avremmo
avuto bisogno di mediani e di meccanici.
Il loro obiettivo era in primo luogo difensivo:
salvare l’unità. Senza considerare i tempi:
una grande coalizione avrebbe forse potuto
ancora funzionare qualche anno prima, ad
esempio nel 2006, quando si verificò il quasi
pareggio fra centro sinistra e centro destra, e
Prodi perse la grande occasione di diventare
statista proponendo una Grosse Koalition,
anziché governare con due senatori di vantaggio.
Ora si era fatalmente fuori tempo, perché
gli ultimi quattro anni avevano scavato un
abisso tra il prima e il presente”.
In politica talvolta accade. E’ come nella corsa
dimezzo fondo: gli ultimi centometri esplodono
in una durata che va ben aldilà dei tredici o
quattordici secondi che si impiegano a percor76
rerli.Diventano un buco nero nel fluire del tempo.
“Dunque, la coalizione non funzionò anche
perché non era sufficiente ciò che ci aveva tenuto
insieme in quel lungo quindicennio
che precedette il Finis Austriae…”
La serata stava ormai rotolando nell’ovattata
notte londinese,ma da Sami decibel si erano
alzati. La tv trasmetteva spezzoni della partita
che avevamo visto nel pomeriggio.
Finis ….che?
“Finis Austriae, uno dei luoghi che richiama
il crollo dell’Impero Asburgico e quindi, per
estensione, ogni grande e glorioso processo
dissolutivo, la Katastrophe…..
Paradossalmente, gli assi della tenuta italiana
ruotavano intorno a due opposti: il polo dell’ordine
- da noi poco amatoma recentemente
rivalutato - dello Stato ‘padre’, e quello erogativo
dello Stato ‘madre’, dispensatore di risorse.
Ma si trattava di una visione schizoide.
Non c’era la severità del padre a coniugarsi con
la generosità dellamadre.Non c’era principio
di riequilibrio. Tutto il resto -mi riferisco essenzialmente
a quello stock di fiducia fra cittadino
e Stato - s’era bruciato lungo il cammino”.
La fiducia, l’ottimismo, la speranza nel domani….
una dote fondamentale nelle sorti di un
popolo: quella risorsa ad un tempo individuale
e collettiva che consente di procrastinare i desideri
in talune fasi della vita nazionale, dimetabolizzare
le frustrazioni, di onorare gli impegni,
e soprattutto - silenziosamente senza strepiti
- di abbandonarsi alle promesse, ai progetti
che troveranno realizzazione in futuro.
Qualcosa che ha a che fare con l’accettazione e
la pazienza reciproche, ilmutuo riconoscere un
vincolo che ha origini lontane e che rappresenta
ad un tempo una necessità, ilminore deimali,
e un’opportunità. Ecco, forse, cosa avevate perduto:
una dimensione immateriale, delicatissima
e come tale difficilissima da ricreare.
“Per essere precisi, era stata bruciata. E le responsabilità
dei piromani andavano equamente
ripartite.Da un lato c’erano pezzi di si78
nistra, il ‘partito romano’ e quello ‘tecnocratico’
del nord, che negli anni erano riusciti a
distruggere quel po’ di auto-immagine che la
nazione aveva costruito dopo il fascismo.
Dall’altra c’era il coacervo di interessi, di forze
e di ceti guidati dal Presidente, che nella sua
rincorsa ad un plebiscitarismo narcotizzante
aveva vellicato, illuso, promesso e ripromesso,
a riprese successive per un quindicennio,
strattonando e polarizzando il Paese, finché alla
fine nulla era rimasto. Tranne le parti, le fazioni,
i territori, i luoghi di residenza, le isole
di consumo e di produzione, quelle di formazione,
prive di un tessuto connettivo riconoscibile.
Insomma, erano i percorsi di
appartenenza allo Stato ad essere stati distrutti
e, insieme ad essi, i relativi vincoli di riconoscenza.
Forse l’esito di un sondaggio di quel
periodo ti può aiutare a capire: lamaggioranza
dei cittadini si sentiva in credito con lo Stato,
riteneva cioè di aver dato molto di più di
quanto aveva ricevuto”.
E la Lega, come si muoveva nel frattempo?
“Cavalcava tutto quanto c’era da cavalcare:
dopo esserne stati i principali alleati si scagliarono
contro il Presidente, facendo oscillare
i cappi durante il voto per l’autorizzazione
a procedere, e ripescando i toni coloriti dei
primi anni. Bossi in particolare fece scintille
quando dalla sua sede di Ponte di Legno sentenziò
che il ‘Popolo delNord avrebbe saputo
come fare giustizia del porco, era solo
questione di tempo……’ .Quanto alle pensioni,
come è ovvio, in aula la Lega votò contro, e
pose le premesse per fare a pezzi il sindacato,
accusandone i dirigenti di aver venduto i lavoratori
del Nord ai Ladroni di Roma…..
In questo clima il governo continuava amarciare
dritto come un soldatino tedesco.Adicembre,
nella determinazione di far cassa, decise
di reintrodurre un’imposta sulla seconda
casa, e in contemporanea - analogamente a
quanto fatto da Amato nel lontano ‘92 - introdusse
un prelievo su tutti i depositi bancari
delle famiglie”.
Come osservava un mio conoscente che ha vis80
suto a lungo aMilano, sono tre le cose che non
devi toccare agli italiani: l’automobile, i risparmi
e la casa.
“Per l’appunto, in un colpo solo gliUnitari ne
toccarono due e, ciò che più conta, lo fecero
inmodo indiscriminato.Non ci poteva essere
misura più devastante…..di questo passo i
conti della nazione sarebbero andati a posto,
ma il collante residuo che la teneva assieme si
liquefaceva a vista d’occhio.
Un mese più tardi, eravamo a gennaio, cinque
grandi comuni del Sud -Napoli,Taranto,ReggioCalabria,
Palermo - presentarono i bilanci.
Erano tutti tecnicamente in bancarotta e,
qualora non ci fosse stata una copertura straordinaria
da parte dello Stato centrale, amarzo
non sarebbero stati in grado di pagare gli
stipendi. Il governo in un primo tempo minacciò
di commissariarli, poimandò -metodo
assai irrituale - degli ispettori permanenti
per vagliare le procedure di spesa, ripromettendosi
di coprire il buco di bilancio attraverso
una serie storni da altri Capitoli. Il
giorno successivo, ilGovernatore del Veneto
annunciò in un’intervista che se un solo euro
destinato ad opere nelNord fosse andato a coprire
i bilanci dissestati dei comuni del Sud il
Veneto avrebbe trattenuto le imposte destinate
allo Stato centrale.
Zaia lo spiegò con il solito involucro di pacatezza
e semplicità in cui trapelava latente una
minaccia che andava aldilà, sempre aldilà, delle
sue dichiarazioni, quali esse fossero.Unaminaccia
priva di contorni, e tuttavia gelidamente
seria.
Il governo centrale, dunque, veniva sfidato nelle
sue prerogative in modo diretto. Era accaduto
più volte nella recente storia,mamai, fatta
eccezione per il periodo del terrorismo e delle
Brigate Rosse, in modo tanto esplicito. La
Lega all’improvviso non giocava più, non parlava
più di inno diMameli, di immigrati, o di
dialetti. Era scesa sul terreno dello scontro senzamediazioni.
Arincarare la dose, solo tre giorni
dopo la dichiarazione di Zaia, l’assessore al
personale della giunta Veneta - in spregio alla
decisione del governo di bloccare gli stipendi
di tutto il personale dello Stato e di sospendere
il turn over nel settore pubblico - dichiarò
che laRegione avrebbe proceduto a 700
nuove assunzioni, e che gli stipendi di tutti i
dipendenti pubblici del Veneto avrebbero
subìto un incremento non inferiore a quello
medio registrato dalle altre categorie produttive
nel settore privato. In breve la Lega
aveva deciso di ‘spezzare’ una delle ultime dorsali
che garantivano l’unità, e di andare alla conquista
di aree sociali a lei finora ostili.
Il Veneto - una delle due Regioni italiane (insieme
alla Sardegna) che nello Statuto vedeva
i propri abitanti riconosciuti ufficialmente
come ‘popolo’ - aveva innescato il processo
di secessione dallo Stato italiano”.

No comments: