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Tutti abbiamo il nostro negativo, delle zone d'ombra, o visioni speculari e parliamo d'amore, là, dove io muoio.


Friday, January 13, 2012

L'isola che non c'è, storia su Michael Jackson a Neverland

Nel 1988 Michael Jackson aveva acquistato da William Bone, costruttore di campi da golf, un ranch con 1400 ettari a dodici chilometri a nord di Santa Ynez, la città più vicina, nella contea di Santa Barbara in California. Se ne era innamorato quando, andato a trovare Paul e Linda Mc Cartney, i due lo accompagnarono a vedere la tenuta  perché, se a quel tempo fosse stata in vendita,  avrebbero voluto comprarla.

foto neverland Appena sul mercato, fu Jacko a  entrarne in possesso: da anni aveva in mente di costruirci la sua Versailles americana con annessa sala giochi e luna park, vera e propria valle incantata per l’infanzia, dove ricevere soprattutto i bambini malati e bisognosi, sui quali sentiva di poter regnare perché affini a lui. Aveva voluto chiamare il suo castello  “Neverland”, traduzione originale inglese de “L’isola che non c’è”, luogo immaginario delle avventure di Peter Pan,  personaggio preferito di Michael,   creato dallo scozzese sir James Matthew Barrie nel 1902. Peter Pan é un bambino che vola e si rifiuta di crescere,  vive un' infanzia senza fine a capo di una banda di Bimbi Sperduti,  in compagnia di Sirene, Indiani, Fate e Pirati sull’ “Isola che non c’è”. Sinistra casualità vuole che sir James Matthiew Barrie per il romanzo si ispirasse a cinque fratellini la cui frequentazione gli causò malignità e accuse di pederastia. Lo scrittore, quando i cinque rimasero orfani,  li prese sotto tutela.

Arrivando a Neverland da Santa Barbara, 150 km a nord-est di Los Angeles, la strada attraversa una collina brulla e di colpo scende verso un lago circondato da vegetazione rigogliosa: altissimi pioppi, salici, sambuchi, palme. Natura sontuosa, adatta al sogno che Jacko avrebbe voluto vivere ignaro del risveglio. A Neverland si stabilì nel novembre del 1988, quando ancora i lavori erano in corso, staccandosi definitivamente da Hayvenhurst e dalla sua famiglia. Traslocato, per prima cosa fece istallare ingenti misure di sicurezza. Sul cancello di ferro e acciaio volle una corona dorata sopra un busto con la scritta Michael Jackson: soglia di una reggia dove lo scimpanzé Bubbles correva indisturbato, uno zoo ospitava elefanti, lama, coccodrilli, orsi e persino tarantole. A Neverland c’era anche un cinema. Costato trenta milioni di dollari e   tenuto in vita da cinquanta persone, per la sola manutenzione necessitava di due milioni l’anno.
foto neverland
 Alla festa di inaugurazione Jacko, temendo le critiche al progetto e alla sua indipendenza,  non invitò i genitori,   ma volle i fratelli, le sorelle e gli amici, tra cui Steven Segal e la bellissima Bo Derek. Molti vennero con i figli. Non furono offerti solo alcolici e sfizi salati ma montagne di caramelle e fiumi di limonata per i più piccoli. La temperatura clemente della California li benedisse sino a tarda notte. Quando gli ospiti ripartirono Michael si raccomandò di mantenere riservatezza estrema, ma aggiunse: “Venite a trovarmi appena potete, in fondo sono solo a mezz’ora di elicottero da Los Angeles…”

Salutò anche Macaulay Culkin, bambino protagonista di “Mamma ho perso l’aereo” che, suo amico abituale, si era rinchiuso in una stanza e aveva dormito. Dopo avergli  dato un bacino sulla guancia,  Macaulay gli disse:
   - E’ la casa più bella che ho visto,  il sogno dei bambini…  a te sarebbe piaciuto avere sempre otto anni?
- Certamente – rispose Jacko sorridendo -  in realtà a me otto anni è sembrato di non averli mai avuti.
L’altro lo guardò interrogativo,  Michael si abbassò alla sua statura:
- Come te ho dovuto lavorare…  a otto anni i bambini non lavorano,  giocano.
-   Ora fai i giochi che non hai potuto fare?
-    Direi di sì…
-    Magnifico! – convenne Macaulay  pensando che un giorno anche lui lo avrebbe fatto.

Nel febbraio del 1989 Michael Jackson, attraverso il suo avvocato John Branca,  chiuse il rapporto con Frank di Leo, il manager che fino a quel momento aveva centrato per lui bersagli importanti. Frank fu colto di sorpresa, gli telefonò e non reagì con filosofia:
-    Sarebbe questo il ringraziamento per il contratto Pepsi?
-    Non prendertela Frank, sono stanco… non mi piacciono le trovate per i tabloid, non mi piace come va “Bad” e tanto meno “Moonwalker”…
-    O forse qualcuno ti illude di spalancarti le porte di Hollywood? – Frank sembrava saperla lunga -  Anche Captain Eo non sta dando risultati eccelsi e sai bene che non è colpa mia…
Il musical fantascientifico “Captain Eo”, diretto da Francis Ford Coppola e prodotto in 3D da George Lucas, malgrado i risultati inferiori alle aspettative, fu il cortometraggio più costoso mai realizzato:  20 milioni di dollari per 20 minuti. Durante la sua promozione Jacko, per la prima volta, indossò una mascherina sul volto. Gli avevano narrato le idiosincrasie del miliardario Howard Hughes -  aviatore, regista, produttore cinematografico morto nel 1976 -  il suo terrore di virus e batteri e, inspiegabilmente, ne era rimasto affascinato: non immaginava la leggenda che da quel gesto sarebbe scaturita, tesa a ingigantire la sua ipocondria e la paura della morte. Divenne “Wacko Jacko”, “Strambo Jacko” che faceva il bagno nell’ acqua Perrier, voleva costruirsi un Buckingham Palace personale, si coricava in una camera iperbarica sperando di vivere sino a 150 anni. I tabloid avevano anche raccontato volesse acquistare, per una cifra favolosa, lo scheletro di un uomo deforme vissuto a metà dell’Ottocento, sul quale c’era un film, “Elephant man”.
-    Certo Frank – lo rimbeccò Michael - con la storia di “Elephant man” non si ottiene molto di più…
Il manager si arrabbiò:
-    Le favole nascono tra domestici e  pennivendoli per aumentare le tirature! E se “Moonwalker” costa più di quel che incassa, prenditela con Kramer e Chilvers…
Jerry Kramer e Colin Chilvers erano i registi di “Moonwalker”, una pellicola di 93 minuti con immagini di concerti, video, episodi della vita di Michael Jackson, sequenze di animazione, mixate in maniera surreale e inquietante.
-    Ho già il mio da fare a Neverland…
-    Sei indefinibile: in parte Howard Hughes in parte sei E.T…

La mamma di Michael andò a  visitare Neverland in un giorno di sole, durante una pausa di lavoro del figlio, a lui piaceva starsene con  lei, farsi preparare le zuppe dell’infanzia, raccontarle dei successi, spettegolare. L’unica di cui si fidava, colei che lo accettava com’era,  che lo avrebbe amato anche se fosse stato Elephant Man.
-    Hai i cassetti pieni di medicine… - osservò Katherine cercando un apriscatole in cucina.
A tavola,  immerso nella lettura di un fumetto di Walt Disney, suo figlio non rispose. Lei gli andò vicina e gli toccò una spalla:
- Cosa dice il dermatologo?
- Stiamo cercando di  uniformare il colore…
- Lo hai rivelato nella biografia?
- Scherzi? Ho confessato due interventi di rinoplastica e la fossetta sul mento…
Il libro di cui parlavano era “Moonwalk”, che Jacko aveva scritto con l’aiuto di un ghostwriter, raccolta molto censurata e  idealizzata sulla sua carriera, amicizie, esperienze, ricordi, rapporti affettivi, pensieri.  Sua madre scosse la testa:
- Tuo padre non sarà contento delle rivelazioni, ti toccherà chiamarlo al telefono…
- Vorresti gli chiedessi  scusa?! – Michael agitato si scandalizzò anche se,  tempo dopo, fu proprio questo quello che fece - Mamma non esagerare… il libro era un’idea di Jacqueline Onassis… insisteva che milioni di fan desideravano conoscere le mie storie, gli ho spiegato che la mia vita era all’inizio… quando è venuta a Los Angeles non mi ha trovato e si è arrabbiata… Jacqueline ha insistito tantissimo… diceva: devi soltanto essere come Peter Pan…
- E’ lei che ti ha ispirato Neverland?
-    Certo che no!
-    Qui ad animali non scherzi – sospirò sua madre – mi ricordo quando tenevi i topolini, mettevi ragni nel letto di La Toya…
Michael scoppiò in una risata. Quegli scherzi a sua sorella, la lotta con i fratelli, erano ricordi che lo entusiasmavano: quando suo padre non c’era era come scoperchiare un formicaio.
-    Mi piace il giardino a forma di orologio – la mamma lo osservò perplessa -  ma tu hai litigato con il tempo… la tua casa è troppo infantile…   capisco la beneficenza ai bambini bisognosi ma come fai a passarci ore?
Jacko si inalberò:
-    Smettila di criticarmi! Ho sempre  guadagnato anche per voi, avrò il diritto di divertirmi? Ho pagato degli attori che vengono a recitarmi Biancaneve e i sette nani… che male c’è?!

Per Michael Jackson Neverland non era solo una casa o un parco giochi, era la terra che avrebbe voluto, un luogo di favola, privo di pericoli e brutture, nel quale circondarsi di bambini e di animali, gli unici a non mettergli paura, creature amate perché innocenti e primitive. La sua coperta di Linus, porto nel quale tornare alle stagioni perdute e sentirsi nel proprio elemento:  per milioni di persone Jacko stesso non rappresentava soprattutto un luna park? Nessuno dello staff si oppose a questa “estraniazione dal mondo”, nessuno gli suggerì una terapia che lo riconducesse a patti con la realtà. Per ignoranza, indifferenza, soggezione,  per non turbare la macchina da soldi, questo comportamento fu incoraggiato: chi entrava a casa di Michael Jackson entrava nella valle dell’Eden.

Negli anni ’80 Jacko aveva guadagnato 250 milioni di royalties, il suo catalogo musicale  valeva 350 milioni perché vi aveva aggiunto i diritti di alcune canzoni di Elvis Presley.  Se era vero che folli erano i suoi introiti, altrettanto lo erano le spese: specialmente adesso che doveva mantenere il paese delle meraviglie di Peter Pan. Quasi mai Michael Jackson chiedeva il costo di ciò che desiderava a Neverland: il suo era un universo di fiaba.  Ma, alla lunga, chi vive nel distacco dalle cose tangibili,  può  trovarsi a pagare un prezzo assai caro e la fiaba da radiosa può farsi nera.
nelle foto: Neverland

5 comments:

Anonymous said...

ma quante cazzate assurde hai scritto...datti fuoco!!!

Anonymous said...

Michael Jackson, presente nel Guinness dei Primati per essere l'artista che più ha donato in opere benefiche ed umanitarie. L'elenco di queste è facilmente reperibile su web. Perchè non parlarne?

Anonymous said...

da dove hai preso tt le info + precise...per fare un ex i discorsi fra lui e la madre o quello con quell' altro tizio...anche nella parte in cui parli della presley come fai a sapere quello che hanno detto?? ci stai forse prendendo in giro!!?

Gaia said...

smettila di chiamarlo "jacko"! dannazione, porta un po' di rispetto, no?! potevo capire se non conoscevi la storia di questo nomignolo schifoso, ma lo hai anche scritto ciò che significa! quindi basta, smettila, si chiama MICHAEL JACKSON! il suo nome è Michael, il suo cognome è Jackson. se vuoi abbreviare, basta scrivere Mike. ma smettila usare quella sottospecie di soprannome! non se ne può più!! PORTAGLI RISPETTO.

Anonymous said...

Bah non so se crederti....si o no boh???.....