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Tutti abbiamo il nostro negativo, delle zone d'ombra, o visioni speculari e parliamo d'amore, là, dove io muoio.


Friday, January 8, 2010

Proust e il calamaro di Maryanne Wolf, recensione di Raffaele Simone

E' piuttosto sconcertante che, nel momento in cui si raggiunge nel mondo la massima diffusione dell'alfabetismo, le proprietà della lettura e dei lettori siano così cambiate da risultare quasi irriconoscibili. Fino a un decennio fa "leggere", come verbo assoluto, significava essenzialmente legger libri, in particolare di letteratura. Oggi quella parola si riferisce indistintamente alla vasta gamma delle attività basate sulla decifrazione di segni scritti, a partire dai caratteruzzi che debordano dallo schermo del telefonino. Dal punto di vista di Maryanne Wolf, nota specialista statunitense e autrice del recente Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge (Vita e Pensiero, pagg.300, euro 20), dovrebbe andar bene anche così. Quel che importa sembra essere infatti che il cervello sia impegnato con la lettura di caratteri, quale che sia (o quasi) il messaggio che questi trasportano. Ho detto "il cervello", e non "la mente": l'aspetto più interessante del libro sta proprio nel mostrare, con abbondanza di esemplificazioni, che per la specie umana la nascita della scrittura, e della connessa lettura, non fu un affare di superficie ma coinvolse in profondità la struttura del cervello (che non era predisposto per la lettura, così come l'organismo in generale non lo era per il linguaggio), a cui chiese uno sforzo imprevisto. Questo sforzo fu però ripagato con enormi vantaggi evolutivi.

La maggior parte del libro descrive da un lato il processo neurologico della lettura (il suo apprendimento, la sua varietà di forme, il suo danno principale: la dislessia), dall'altro i cambiamenti e i vantaggi che essa comportò per la specie. Una volta inventata la scrittura (per registrare - sembra - contabilità di animali), infatti la lettura produsse una ristrutturazione funzionale del cervello, in cui stabilì connessioni inedite tra distretti diversi e aprendo vie neurali che furono adoperate anche per altre funzioni.

Il cervello che legge, perciò, fu subito "più connesso" di uno che non legge. Alla stessa maniera, nel cervello che legge si attivano aree diverse secondo la scrittura che si ha dinanzi. La Wolf illustra lo straordinario fatto che l'alfabeto inglese attiva zone del cervello diverse da quelle di chi legge il giapponese e il cinese. Il carattere (sia pur solo parzialmente) pittografico delle due ultime grafie richiede un intervento delle aree visive molto più vasto di quello che comporta l'alfabeto latino, assai più astratto (ed efficiente). Questo ciclo si ripete nello sviluppo ontogenetico: il bambino piccolo, che si concentra sul riconoscimento della forma del segno scritto, impegna molto dello spazio corticale riservato alle aree visive; il lettore esperto, che non perde tempo a riconoscere i caratteri perché coglie le parole intere, coinvolge soprattutto le regioni sopratemporali e frontali.

La pratica della lettura non limita i suoi effetti ai distretti cerebrali interessati alla percezione, ma ne coinvolge altri. Il lettore esperto è portato a produrre inferenze e ipotesi a partire da ciò che legge, a raffigurarsi immaginativamente situazioni e scene (soprattutto quando legge storie con personaggi e moventi) e a integrare le conoscenze che acquista con quelle che già possiede. La lettura conferisce insomma "il tempo per pensare oltre": così la Wolf chiama queste propensioni, un pò candidamente (un tono sorpreso e un po' da fanciullino, molto americano, aleggia su tutto il libro e ogni tanto ne disturba l'argomentazione). In realtà, il lettore maturo dedica poco tempo a decifrare configurazioni e forme, e molto di più a elaborare strategie e interpretazioni e, nei casi opportuni, a provare emozioni connesse a quel che legge. A quel punto interviene il sistema limbico, che è la sede della vita affettiva.

Non so se, leggendo questo breve pezzo, anche in voi si siano attivate le aree descritte da Maryanne Wolf. Forse qualche ulteriore, minuta emozione potrà conseguire a un paio di osservazioni. Anzitutto, le sue argomentazioni suggeriscono che la lettura che fa meglio al cervello sia di gran lunga quella che si applica alla letteratura, dato che tiene attivo il maggior numero di aree (personaggi, azioni, moventi, risultati, sorprese). Infine, sarà ancora così quando leggeremo non più segni su carta ma caratteri immateriali costituiti da pixel?..."

Io credo che caratteri, scritti a mano, dipinti o segnati su schermo, fanno lo stesso effetto.

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