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Tutti abbiamo il nostro negativo, delle zone d'ombra, o visioni speculari e parliamo d'amore, là, dove io muoio.


Monday, January 17, 2011

Vallanzasca, vita da film

"C'è chi nasce sbirro, io sono nato ladro".
Parola dell'ex boss della Comasina famoso per aver seminato il terrore a Milano e dintorni durante gli infuocati anni '70. Parola di Renato Vallanzasca, personaggio complesso e contraddittorio di indiscutibile fascino. Un fascino torbido e respingente, ma testimoniato anche dalle centinaia di lettere che il "bel Renè", com'è stato soprannominato, riceve tuttora in carcere.

Renato Vallanzasca nasce in via Nicola Antonio Porpora 162, zona Lambrate di Milano, dove la madre aveva un negozio d'abbigliamento. A Renato viene dato il cognome materno, poiché il padre, Osvaldo Pistoia, era già sposato con un'altra donna dalla quale aveva avuto tre figli.

A metà anni '60 è già un capetto rispettato della Comasina.
Nonostante la giovanissima età, Vallanzasca rivela già il carisma di un capo criminale; comincia a farsi un nome anche negli ambienti della ligèra, la vecchia mala milanese, con la quale inizia precocemente ad intrattenere rapporti. In breve tempo però, sentendosi andare strette le regole della malavita vecchio stampo, decide di delinquere autonomamente e di formare una propria banda. La Banda della Comasina diviene probabilmente il più potente e feroce gruppo criminale presente a Milano in quegli anni, contrapponendosi ad una gang altrettanto famosa nel medesimo periodo, la banda di Francis Turatello.

Il sipario su di lui comincia lentamente a calare il 14 febbraio 1972 quando viene arrestato solo una decina di giorni dopo una rapina ad un supermercato. Resta in carcere per quattro anni e mezzo (intanto la sua compagna, a piede libero, partorisce un figlio), ma non si può certo dire che sia un detenuto modello.
Partecipa a numerose rivolte, ma ovviamente la sua ossessione è l'evasione.
Non trovando altri mezzi si procura un'epatite attraverso una cura massiccia di uova marce e iniezioni di urina (si dice anche di sangue infetto), così da essere ricoverato in ospedale.
Il 28 luglio 1976 grazie fra l'altro alla complicità di un poliziotto Renato Vallanzasca è uccel di bosco.

Di nuovo libero torna alla vecchia vita. Con la banda raccogliticcia che ha saputo ricostruirsi fugge al sud in cerca di riparo.
La scia di sangue che si porta dietro è impressionante: prima l'omicidio di un poliziotto ad un posto di blocco di Montecatini: nessuno l'ha visto ma l'esecuzione porta inequivocabilmente la sua firma. Poi cadono un impiegato di banca (Andria, 13 novembre), un medico, un vigile e tre poliziotti.

Stanco delle rapine Vallanzasca pensa in grande, è alla ricerca del pingue introito che lo sistemi per sempre. Si dà alla vigliacca pratica dei sequestri. Il 13 dicembre 1976 cade nella rete Emanuela Trapani (poi fortunatamente liberata il 22 gennaio 1977 dietro pagamento di un miliardo di lire), mentre, inseguito dalle forze di polizia, lascia sul terreno due agenti ad un posto di blocco di Dalmine.
Stanco e ferito all'anca, finalmente lo pescano nel suo covo il 15 febbraio.

Questa volta è in prigione e ci resta.
Il suo nome è ormai non solo simbolo di criminalità, ma anche di vita eroica e spericolata, di avventure al ben oltre il limite della legalità, così come piace alla fantasia popolare colorare le vicende banditesche.
Era inevitabile dunque che il nome di Renato Vallanzasca finisse nel titolo di qualche film italiano, cosa puntualmente avvenuta con "La banda Vallanzasca" (1977), pellicola che porta la firma del regista Mario Bianchi.

Il 14 luglio 1979, nel carcere milanese di San Vittore, sposa Giuliana Brusa, premessa "sentimentale" alla sua seconda e mancata evasione avvenuta il 28 aprile 1980.
La dinamica della tentata fuga è a dire poco rocambolesca. Pare che durante l'ora d'aria siano comparse tre pistole che consentirono ai detenuti di prendere in ostaggio un brigadiere. Portatisi fino al cancello d'ingresso, diedero il via ad una furibonda sparatoria, proseguita anche nelle strade e nel tunnel della metropolitana. Vallanzasca, ferito, e altri nove vengono riacciuffati subito, altri detenuti riusciranno a darsi alla macchia.
Non si è mai saputo chi fornì le pistole ai banditi.

Il 20 marzo 1981 mentre è rinchiuso a Novara, Renato Vallanzasca è autore di un atto che per la sua gratuita efferatezza sconvolge nuovamente l'opinione pubblica: durante una rivolta taglia la testa ad un ragazzo e ci gioca a pallone. Per lui si aprono le porte del carcere duro.
L'ex boss della Comasina è un uomo pieno di risorse e il 18 luglio 1987 riesce a scappare attraverso un oblò dal traghetto Flaminia che, sotto scorta, lo sta portando all'Asinara: i cinque carabinieri che lo accompagnavano gli avevano assegnato una cabina sbagliata.
Si reca a piedi da Genova a Milano dove concede un'intervista a "Radio Popolare" e sparisce.

Nel frattempo si taglia i baffi, schiarisce i capelli e si concede una breve vacanza a Grado, alla pensione Uliana, dove di lui si parla come di una persona affabile e divertente.
Il 7 agosto è fermato ad un posto di blocco mentre sta cercando di raggiungere Trieste. È armato, ma non oppone resistenza.
Una volta tornato in gattabuia divorzia dalla moglie Giuliana, ma il suo spirito non è ancora domo. Il suo chiodo fisso è la libertà. E' disposto a qualunque cosa pur di evadere.

Il 31 dicembre 1995 ci prova un'altra volta dal carcere di Nuoro ma la cosa non gli riesce, sembra per una soffiata.
Nel frattempo colleziona ammiratrici, e non solo quelle che leggono le sue gesta sui giornali popolari: una sua "tutrice", forse innamorata di lui, viene accusata di falsa testimonianza mentre la sua avvocatessa con la quale riesce a stringere un rapporto molto profondo, sospettata, è accusata di averlo aiutato nel tentativo di fuga nuorese.

In totale ha collezionato quattro ergastoli e 260 anni di galera, è accusato di sette omicidi di cui quattro attribuiti direttamente alla sua mano.
A partire dall'8 marzo 2010 Renato Vallanzasca può usufruire del beneficio del lavoro esterno. Gli viene concesso di uscire dal carcere alle 7.30 per lavorare, e rientrarvi alle 19.00. Presterà servizio in una pelletteria che è anche una cooperativa sociale nel milanese. Vallanzasca usufruisce di una forma di permesso, concesso in base al primo comma dell'articolo 21 dell’ordinamento penitenziario, valido anche per i detenuti condannati all'ergastolo che siano stati già in reclusione da almeno 10 anni.

Nel 1999 è uscita una sua biografia scritta in collaborazione con il giornalista Carlo Bonini.

Dal 2003 Renato Vallanzasca è recluso nel carcere speciale di Voghera come vigilato speciale.

All'inizio del mese di maggio 2005, dopo aver usufruito di un permesso speciale di tre ore per incontrare l'anziana madre 88enne, residente a Milano, Renato Vallanzasca ha formalizzato la richiesta di grazia, inviando una lettera al ministro di Grazia e Giustizia e al magistrato di sorveglianza di Pavia.

1 comment:

Lucenera said...

Interessantissimo il post e ,olto bello anche il tuo blog ;)