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Tutti abbiamo il nostro negativo, delle zone d'ombra, o visioni speculari e parliamo d'amore, là, dove io muoio.


Saturday, June 18, 2011

R.Kennedy: discorso sulla violenza, traduzione italiana

TRADUZIONE:
Questo è un momento di vergogna e di dolore. Non è un giorno per la politica.
Ho colto questa occasione per parlare brevemente con voi di questa minaccia insensata della violenza in America che ancora una volta ha macchiato la nostra terra e la vita di ignuno di noi.

Non è la gara di preoccupazione. Le vittime della violenza sono neri e bianchi, ricchi e poveri, giovani e vecchi, famosi e sconosciuti sono, cosa più importante di tutti, gli esseri umani amati e necessari per gli altri esseri umani. Ognuno - non importa dove vive o quello che fa - siamo certi che soffre per qual insensato atto di sangue. Eppure continua.

Perché? Che cosa la violenza ha mai realizzato? Che cosa ha mai creato? Non causa dei martiri è mai stata placata dal proiettile del suo assassino.

Torti non sono mai stati raddrizzati da tumulti e disordini civili. Un cecchino è solo un codardo, non un eroe, è un incontrollato, incontrollabile folle e solo la voce della follia, non la voce del popolo.

Ogni volta che la vita di un americano viene spezzata da un altro americano senza motivo, ogni volta che viene lacerato quel tessuto vitale che un altro uomo ha così dolorosamente e faticosamente intrecciato, per se stesso e per i suoi figli, ogni volta che questo accade l'intera nazione ne resta umiliata.

"Tra gli uomini liberi ", ha detto Abraham Lincoln," non ci può essere nessun appello di successo dal ballottaggio per il proiettile, e coloro che prendono tale ricorso è sicuro che perdono il loro caso e ne pagheranno il costo"

Eppure sembriamo tollerare un livello crescente di violenza, che ignora sia la nostra comune umanità che le nostre pretese di civiltà. Accettiamo tranquillamente reportage giornalistici di civili massacrati in terre lontane. Glorifichiamo le uccisioni sugli schermi del cinema e della TV, e lo chiamiamo “intrattenimento”.

Troppo spesso giustifichiamo coloro che vogliono costruire la propria vita sui sogni infranti di altri esseri umani.
Alcuni cercano capri espiatori, altri cercano complotti, ma una cosa è chiara: la violenza genera violenza, la repressione porta ritorsione, e solo una pulizia di tutta la nostra società può rimuovere questa malattia dalla nostra anima.

C'è poi un altro tipo di violenza, più lenta ma altrettanto nefasta e devastante ...
... quanto un colpo di fucile o una bomba nella notte. E' la violenza delle istituzioni, l'indifferenza, l'immobilità e il degrado. Questa è la violenza che colpisce i poveri, e avvelena le relazioni fra gli uomini perchè hanno un diverso colore della pelle. E' la lenta distruzione di un bambino per fame, e scuole senza libri, e case senza il riscaldamento d'inverno.

Si toglie all'uomo la sua essenza nel negargli la possibilità di presentarsi come un padre e come un uomo in mezzo ad altri uomini. E anche questo colpisce tutti noi.

Quando insegni ad un uomo ad odiare e temere suo fratello, quando insegni che l'altro è inferiore a causa del suo colore o per quello in cui crede, o per le sue idee politiche, quando insegni che quelli diversi da te minacciano la tua libertà, il tuo lavoro, la tua casa o la tua famiglia, allora impari anche ad affrontare gli altri non come concittadini ma come nemici, impari ad essere accolto non con collaborazione ma con sopraffazione, impari ad essere soggiogato e reso schiavo.

Alla fine impariamo a guardare ai nostri fratelli come estranei. Estranei con cui condividiamo la città ma non la comunità, persone legate a noi dal luogo in cui vivono, ma non da un intento comune. Impariamo a condividere solo una paura comune, un comune desiderio di allontanarci l'uno dall'altro, una spinta comune a rispondere al disaccordo con la violenza.

Dobbiamo riconoscere la vanità delle false distinzioni, le false distinzioni fra gli uomini, e dobbiamo trovare il nostro modo di crescere, nello sforzo di far crescere tutti. Dobbiamo riconoscere di fronte a noi stessi che il futuro dei nostri figli non può essere costruito sulle disgrazie di qualcun altro.

La nostra vita su questo pianeta è troppo breve, il lavoro da fare è troppo grande, per permettere che questo sentimento si diffonda ancora, in questo nostro paese. Di certo non si può cancellare il problema con un programma, nè con una legge. Potremmo però ricordarci, almeno una volta, che coloro che vivono con noi sono nostri fratelli, e condividono con noi lo stesso breve istante di vita. Che essi desiderano, come noi, solo la possibilità di vivere la propria vita, con motivazione e felicità, conquistando ogni soddisfazione e ogni realizzazione possibile.

Robert F. Kennedy – Cincinnati (Ohio) 5 aprile 1968

VERSIONE ORIGINALE:
This is a time of shame and sorro. It is not a day for politics. I have saved this one opportunity to speak briefly to you about this mindless menace of violence in America which again stains our land and every one of our lives.

It is not the concern of any one race. The victims of the violence are black and white, rich and poor, young and old, famous and unknown They are, most important of all, human beings whom other human beings loved and needed No one - no matter where he lives or what he does - can be certain who will suffer from some senseless act of bloodshed And yet it goes on and on.

Why? What has violence ever accomplished? What has it ever created? No martyr's cause has ever been stilled by his assassin's bullet.

No wrongs have ever been righted by riots and civil disorders A sniper is only a coward, not a hero; and an uncontrolled, uncontrollable mob is only the voice of madness, not the voice of the people.

Whenever any American's life is taken by another American unnecessarily - whether it is done in the name of the law or in the defiance of law, by one man or a gang, in cold blood or in passion, in an attack of violence or in response to violence - whenever we tear at the fabric of life which another man has painfully and clumsily woven for himself and his children, the whole nation is degraded.

"Among free men," said Abraham Lincoln, "there can be no successful appeal from the ballot to the bullet; and those who take such appeal are sure to lose their case and pay the cost."

Yet we seemingly tolerate a rising level of violence that ignores our common humanity and our claims to civilization alike. We calmly accept newspaper reports of civilian slaughter in far off lands. We glorify killing on movie and television screens and call it entertainment. We make it easy for men of all shades of sanity to acquire weapons and ammunition they desire.

Too often we honor swagger and bluster and the wielders of force; too often we excuse those who are willing to build their own lives on the shattered dreams of others. Some Americans who preach nonviolence abroad fail to practice it here at home. Some who accuse others of inciting riots have by their own conduct invited them.

Some looks for scapegoats, others look for conspiracies, but this much is clear; violence breeds violence, repression brings retaliation, and only a cleaning of our whole society can remove this sickness from our soul.

For there is another kind of violence, slower but just as deadly, destructive as the shot or the bomb in the night. This is the violence of institutions; indifference and inaction and slow decay. This is the violence that afflicts the poor, that poisons relations between men because their skin has different colors. This is a slow destruction of a child by hunger, and schools without books and homes without heat in the winter.

This is the breaking of a man's spirit by denying him the chance to stand as a father and as a man among other men. And this too afflicts us all. I have not come here to propose a set of specific remedies nor is there a single set. For a broad and adequate outline we know what must be done. When you teach a man to hate and fear his brother, when you teach that he is a lesser man because of his color or his beliefs or the policies he pursues, when you teach that those who differ from you threaten your freedom or your job or your family, then you also learn to confront others not as fellow citizens but as enemies - to be met not with cooperation but with conquest, to be subjugated and mastered.

We learn, at the last, to look at our brothers as aliens, men with whom we share a city, but not a community, men bound to us in common dwelling, but not in common effort. We learn to share only a common fear - only a common desire to retreat from each other - only a common impulse to meet disagreement with force. For all this there are no final answers.

Yet we know what we must do. It is to achieve true justice among our fellow citizens. The question is now what programs we should seek to enact. The question is whether we can find in our own midst and in our own hearts that leadership of human purpose that will recognize the terrible truths of our existence.

We must admit the vanity of our false distinctions among men and learn to find our own advancement in the search for the advancement of all. We must admit in ourselves that our own children's future cannot be built on the misfortunes of others. We must recognize that this short life can neither be ennobled or enriched by hatred or revenge.

Our lives on this planet are too short and the work to be done too great to let this spirit flourish any longer in our land. Of course we cannot vanish it with a program, nor with a resolution.

But we can perhaps remember - even if only for a time - that those who live with us are our brothers, that they share with us the same short movement of life, that they seek - as we do - nothing but the chance to live out their lives in purpose and happiness, winning what satisfaction and fulfillment they can.

Surely this bond of common faith, this bond of common goal, can begin to teach us something. Surely we can learn, at least, to look at those around us as fellow men and surely we can begin to work a little harder to bind up the wounds among us and to become in our hearts brothers and countrymen once again.

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