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Tutti abbiamo il nostro negativo, delle zone d'ombra, o visioni speculari e parliamo d'amore, là, dove io muoio.


Thursday, November 29, 2012

Camus, pena di morte


Scrive Camus in "riflessioni sulla pena di morte"
Una delle poche cose che so di lui,(di suo padre n.d.r)  in ogni caso, è che volle assistere all’esecuzione, per la prima volta in vita sua. Si alzò nel cuore della notte per recarsi sul luogo del supplizio, all’altro capo della città, fra un gran concorso di folla. Di quanto vide, quel mattino, non disse nulla a nessuno. Mia madre racconta soltanto che rientrò di furia, stravolto, si rifiutò di parlare, si stese un istante sul letto e d’improvviso incominciò a vomitare. Aveva visto in faccia la realtà che si celava sotto le formule solenni tese a mascherarla. Non pensava più ai bambini massacrati, non poteva più pensare che a quel corpo palpitante sull’asse dove l’avevano gettato per tagliargli il collo(....)
Non si recidono teste soltanto per punire coloro che le portano, ma anche per intimidire, con un esempio terrificante, quelli che sarebbero tentati di imitarle.
La società non si vendica, vuole solo prevenire. Brandisce una testa perché i candidati all'omicidio vi leggano il proprio futuro e indietreggino.
Questo argomento sarebbe decisivo se non si fosse costretti a constatare:
1. che neppure la società stessa crede all'esemplarità di cui parla;
2. che non è affatto dimostrato che la pena di morte abbia fatto indietreggiare un solo omicida deciso ad esserlo, mentre è evidente che essa ha esercitato un effetto fascinoso su migliaia di criminali;
3. che costituisce, per altri aspetti, un esempio ripugnante le cui conseguenze sono imprevedibili.
La società, in primo luogo, non crede a quel che dice. Se realmente vi credesse, esporrebbe le teste. Accorderebbe alle esecuzioni il beneficio del lancio pubblicitario che solitamente riserva ai prestiti nazionali o alle nuove marche di aperitivi. Sappiamo invece che le esecuzioni, in Francia, non avvengono più pubblicamente, ma si perpetrano nei cortili delle prigioni davanti a un ristretto numero di esperti.
(...)

E ora sto leggendo il libro della sorella Helen Prejean intitolato "Dead man walking" (il morto che cammina, l'espressione che usano comunemente i carcerieri americani per annunciare l'ultima passeggiata del condannato diretto dalla sua cella al patibolo.)  la quale cita George Bernard Shaw scritto in "Santa Giovanna" :
"Se tu solo potessi vedere quello a cui pensi, ci penderesti in modo molto diverso. Ti darebbe una grande scossa. Una volta ho commesso un atto molto crudele, perchè non sapevo come fosse la crudeltà"..questo dice  il cappellano Stogumber dopo aver assistito la morte sul rogo di Giovanna D'Arco.
Povero genere umano!

Di fronte al delitto, come si definisce effettivamente la nostra civiltà? La risposta è semplice: da trent’anni a questa parte i delitti di Stato superano di gran lunga i delitti individuali. Non parlo neppure delle guerre, mondiali o locali che siano, benché il sangue sia un alcol che, a lungo andare intossica come il più generoso dei vini.
Ma il numero degli individui uccisi direttamente dallo Stato ha assunto proporzioni astronomiche e supera infinitamente quello dei delitti individuali. Continuano a diminuire i condannati per reati comuni e ad aumentare i condannati politici. Lo dimostra il fatto che ognuno di noi, per quanto rispettabile, può contemplare l’eventualità di essere un giorno condannato a morte, eventualità che all’inizio del secolo sarebbe apparsa ridicola. […]
Quelli che fanno versare la maggiore quantità di sangue sono gli stessi che credono di avere dalla loro parte il diritto, la logica, e la storia. Non è dall’individuo ma dallo Stato che oggi la società deve difendersi.

Se lo Stato davvero credesse questo - scrive Albert Camus in "Riflessioni sulla ghigliottina" - "metterebbe in mostra le teste recise". Perché, invece, nella cultura occidentale, almeno in quella recente, la materialità dell'uccisione è tenuta segreta?
Qualcuno ipotizza: perché ogni atto di violenza induce alla violenza, ogni uccisione induce a uccidere. La pena capitale sarebbe cioè un incentivo implicito all'omicidio, a dispetto della fantastica esemplarità. Altri poi sospettano che lo Stato assassino si vergogni di sé. Per la nostra coscienza, la vita è un valore: non la vita generale e astratta, ma proprio ogni uomo vivo, in quanto uomo e in quanto vivo.

1 comment:

Anonymous said...

Basta sopportare le violenze, basta solidarizzare con chi sbaglia sapendo di sbagliare e volendo sbagliare:
morte a Caino e lunga vita ad Abele.

http://www.ilcittadinox.com/blog/nessuno-tocchi-abele-si-alla-pena-di-morte.html

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X