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Tutti abbiamo il nostro negativo, delle zone d'ombra, o visioni speculari e parliamo d'amore, là, dove io muoio.


Thursday, October 10, 2013

Alice Munro, Vestito rosso

My mother was making me a dress. All through the month of November I would come from school and find her in the kitchen, surrounded by cut-up red velvet and scraps of tissue-paper pattern.
She worked at an old treadle machine pushed up against the window to get the light, and also to let her look out, past the stubble fields and bare vegetable garden, to see who went by on the road.
There was seldom anybody to see. The red velvet material was hard to work with, it pulled, and the style my mother had chosen was not easy either.
She was not really a good sewer. She liked to make things; that is different".....  
(scritto nel 1946)
"Mia madre mi stava facendo un vestito. Per tutto il mese di novembre, tornando a casa da scuola, la trovavo in cucina, circondata da scampoli di velluto rosso e ritagli di carta velina da modello.
Lavorava a una vecchia macchina a pedale sistemata contro la finestra per avere più luce e anche per poter guardare fuori, oltre i campi di stoppie e gli orti spogli, e controllare il passaggio in strada. Di rado passava qualcuno.
Quel velluto rosso era un tessuto difficile da lavorare, perché tendeva a deformarsi, e poi mia madre aveva scelto un modello non facile. Non era una gran sarta. Le piaceva fare; il che è un’altra cosa."
 (fin qui la traduzione inglese)
"Se non era obbligata cercava di non imbastire e stirare e, a differenza di mia zia e di mia nonna, le importava poco di certe finezze di sartoria, come la rifinitura delle asole e il sopraggitto a mano. Era diversa lei: partiva da un’ispirazione, da un’idea luminosa e spavalda; e da quel momento in poi la sua soddisfazione andava scemando. Per cominciare non trovava mai il modello adatto. Sfido io, chi avrebbe saputo stare dietro alle idee che le fiorivano in testa? Per me, in tempi diversi dell’infanzia, aveva realizzato: un vestito di organza a fiori con fastidioso collo alto di pizzo e cuffia vittoriana in tinta; un completo scozzese con giacca di velluto e berretto; una camicetta ricamata, stile campagnolo, da indossare con gonna rossa in tinta unita e corpetto allacciato nero. Avevo messo quegli abiti con docilità, con piacere perfino, ai tempi in cui ancora ero ignara dell’opinione del mondo. Ora però, più saggia, desideravo vestiti come quelli della mia amica Lonnie, che li comprava da Beale.
Mi toccava provarlo. A volte Lonnie veniva a casa da scuola con me e si sedeva sul divano a guardare. Mi imbarazzava il modo in cui mia madre mi girava intorno accucciata, col fiatone e le ginocchia che scricchiolavano. Mormorava sempre tra sé. In casa non portava né il busto né le calze, ma scarpe con la zeppa e calzini alla caviglia e aveva le gambe segnate da grappoli di vene verdeazzurre. La sua posizione accosciata mi pareva volgare, se non oscena; mi sforzavo di continuare a parlare con Lonnie per distogliere il più possibile la sua attenzione da mia madre. Lonnie ostentava un’espressione di compito e cortese apprezzamento che era la sua maschera in presenza di adulti. In realtà li prendeva in giro e li imitava ferocemente, ma loro non lo scoprivano mai.
Mia madre mi strattonava da una parte e dall’altra e mi pungeva con gli spilli. Mi faceva girare, allontanare un po’, stare ferma immobile. – Come ti sembra, Lonnie? – diceva, senza levarsi di bocca gli spilli.
– È bellissimo, – diceva Lonnie in quel suo modo mite e sincero. La madre di Lonnie era morta. Lei abitava col padre che non si accorgeva nemmeno della sua presenza e questo, ai miei occhi, la rendeva al tempo stesso vulnerabile e privilegiata.
– Sí, verrà bello, sempre che riesca a imbroccare la taglia, – diceva mia madre. E aggiungeva in tono melodrammatico, tirandosi su tra sospiri e scricchiolii d’ossa: – Peccato che lei forse manco lo apprezza –. Mi faceva rabbia quando parlava a Lonnie in quel modo, come se lei fosse adulta e io ancora una bambina. – Sta’ ferma, – diceva, sfilandomi dalla testa l’abito imbastito e pieno di spilli. Mi ritrovavo con la faccia soffocata dentro il velluto e il corpo in bella vista con addosso una vecchia sottoveste di cotone da tutti i giorni. Mi sentivo un grosso taglio di carne cruda, impacciata e coperta di pelle d’oca. Avrei voluto somigliare a Lonnie, che aveva le ossa minute ed era pallida  e magra: era stata cianotica, alla nascita.
– Comunque a me nessuno faceva i vestiti quando andavo  a scuola, – diceva mia madre. – O me li facevo da sola,  o stavo senza –. Temevo che potesse partire per l’ennesima  volta con la storia di quando doveva farsi sette miglia a  piedi per arrivare in paese ed era stata costretta a cercarsi  un lavoro come cameriera in una pensione per mantenersi  agli studi. Tutti i racconti di vita di mia madre che un  tempo mi interessavano avevano cominciato a sembrarmi eccessivi, irrilevanti e noiosi.
– Una volta qualcuno mi aveva passato un vestito, – diceva.  – Era di cashmere color panna con bordure blu cina  sul davanti e dei bellissimi bottoni di madreperla. Chissà  che fine ha fatto.
Quando ci liberavamo, io e Lonnie andavamo di sopra,  in camera mia. Era fredda, ma ci stavamo lo stesso. Parlavamo  dei maschi della nostra classe, passandoli in rassegna  banco per banco e chiedendoci: «Lui ti piace? Da  uno a dieci? Lui ti fa schifo? Se te lo chiedesse, ci usciresti  insieme?» Non ce l’aveva mai chiesto nessuno. Avevamo  tredici anni ed eravamo entrate alle superiori due mesi prima. Rispondevamo ai test sulle riviste, per scoprire se  avevamo carattere e se avremmo avuto tanti ammiratori. Leggevamo articoli su come truccarci per mettere in risalto i nostri punti forti, come gestire una conversazione al  primo appuntamento e come cavarcela quando un ragazzo cercava di andare un po’ troppo in là. Oppure anche articoli sulla frigidità da menopausa, l’aborto e i motivi per cui i mariti cerchino il piacere fuori di casa. Quando non facevamo i compiti, passavamo gran parte del tempo a raccogliere, riferirci e discutere informazioni sessuali. Ci eravamo giurate di dirci tutto. Ma una cosa che non le dissi fu di quel ballo, il Ballo di Natale della scuola per il quale mia madre mi stava facendo un vestito. Il fatto è che non ci volevo andare.  
A scuola non mi sentivo a mio agio mai, nemmeno un minuto.

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